BENCH CREDIBILITY
“You’re never done working. Every day is Wednesday to me”. Le parole di David Vanterpool, ex guardia dall’ottima carriera europea e attuale assistente di Flip Saunders ai T’Wolves, descrivono perfettamente la routine quotidiana di un membro dello staff. L’approfondimento di Hoopshype è leggermente datato (all’epoca Vanterpool era assistente dei Trail Blazers), ma colpisce ancora oggi le peculiarità e la cura maniacale dei dettagli che vengono dedicate al singolo giocatore nel singolo possesso della singola gara. Un lavoraccio, diremmo noi. Sul piatto della bilancia, d’altro canto, bisogna porre il privilegio di rapportarsi quotidianamente col massimo grado di competenze e qualità messe a disposizione dall’associazione sportiva di più alto livello al mondo, a livello di dirigenze, giocatori e servizi. Chi non sognerebbe una vita così? La fatica dei back to back, le nottate insonni davanti alle repliche dei prossimi avversari, le riunioni nelle hall degli alberghi a discutere ore se sia meglio passare sopra al blocco di un Mason Plumlee qualunque o battezzare le triple di un qualsiasi Nemanja Bjelica. Eppure, in nome della passione vitale che ci lega alla palla a spicchi, ci sono casi di chi ha rinunciato ad incarichi ben più remunerativi pur di far parte di un coaching staff della Lega. La scelta di Bryan Gates è esemplare: nel 2009, l’attuale collega di Vanterpool sul pino di Minnesota rinuncia ad un incarico a sei zeri come capo allenatore in G League preferendo un ruolo di assistente sulla panchina dei Kings di fronte al “misero” compenso di $50,000 a stagione. Ebbene sì, nella logica di Gates it’s worth the risk. L’esperienza acquisita a supporto di un capo allenatore, a riprova dell’importanza riscoperta negli ultimi anni al ruolo di assistente, viene ora pesata in maniera diversa: non deve stupire che tutti e quattro gli esordienti e gli ultimi dodici capi allenatori assunti in NBA abbiano maturato esperienze precedenti come assistant coach.
Mettiamoci ora nei panni di un Kobe Bryant – 15 anni fa lui e Kwame Brown combinavano per 81 punti contro i Raptors, per inciso – o un Michael Jordan. Come posso dare credibilità e fiducia a un assistente? Che cosa potrà darmi in più rispetto allo sconfinato talento che posso sprigionare sul parquet? Eppure, Kobe e MJ, come d’altronde le superstar attuali, hanno sempre riconosciuto grande rispetto a tutti i componenti della panchina. A maggior ragione da quando, nel 1988, è la stessa NBA a mettere a disposizione dei giocatori appena ritiratisi che manifestassero questo interesse la possibilità di partecipare all’Assistant Coaches Program. Chiaro che, se a dirmi: “Guarda, secondo me ti conviene concedergli la penetrazione a sinistra. Con la mano debole è molto più insicuro. Si vede.” è uno che quelle sensazioni le ha vissute in prima persona, tenderò a credergli più facilmente a dispetto del mio ego. L’assistente sa attraverso quali occhi sto guardando quella situazione. Ha vissuto sulla sua pelle quello che andrò a provare nella partita di domani sera. Se scorriamo la lista degli staff 2020/2021, si potrebbe schierare un quintetto Billups-Kidd-Hornacek-Duncan-Batiste che in campo porterebbe ben poco atletismo (e no, non per via dell’età…) ma un QI cestistico immaginifico. E ora sono a bordocampo a dispensare consigli e indicazioni. In passato campioni, nel presente assistant coaches.

Vassalli, valvassori e valvassini al servizio del Re





