Come descrivere i San Antonio Spurs con soli due aggettivi? Pionieristici e anticonvenzionali? La accendiamo? Non deve sorprendere quindi il fatto che siano stati proprio i nero argento la prima squadra NBA allenata in una partita di Regular Season da… una donna. Becky Hammon, 31 dicembre 2020, Spurs-Lakers 107-121. A farci riflettere dovrebbe essere il fatto che, sia in Italia che negli USA, abbia fatto così tanto scalpore la presenza femminile su una panchina di basket maschile professionistico. Quasi come se Popovich avesse premiato Hammon con un contentino trasformatosi ben presto in “quota rosa”. Piuttosto, il decano coach avrà voluto riconoscere, facendosi cacciare più o meno volontariamente dopo pochi minuti di partita, la giusta visibilità a una figura come Becky, troppo spesso sottovalutata o proprio non considerata: l’assistant coach. E non importa che sia stata il bronzo olimpico di Pechino (anticonvenzionali l’abbiamo già detto?) a prendere le redini della squadra. Potevano esserci Tim Duncan, Chip Engelland, Mitch Johnson o Will Hardy. A popolare le panchine NBA non ci sono solo seriali sventolatori di asciugamani. Se la storia di Becky ha avuto anche eccessivo ritorno mediatico, ben venga. Ha puntato la lente d’ingrandimento su di loro. Gli Assistant coaches.
CHAOS vs KOSMOS
Su le mani chi non ha sentito accostare negli ultimi anni, spesso con una connotazione critica e negativa, il termine superteam a roster costituiti da stelle conclamate disposte a rinunciare a parte di contratti faraonici pur di accasarsi in squadre con maggiori possibilità di vittoria. Beh, la tendenza sembra aver preso piede non solo sul parquet ma anche a bordocampo. Esempio: a Brooklyn si è deciso di ipotecare il futuro, acquisendo via trade James Harden e affiancandolo a due califfi come Irving e Durant. Il destino di tre degli attaccanti più letali del mondo dipenderà in particolar modo dall’amalgama che lo staff dei Nets riuscirà a creare durante l’anno consentendo al sistema, in entrambe le metà campo, di reggere il peso (ogni riferimento al tessuto adiposo viscerale dell’ultimo arrivato è puramente voluto) di tre calibri come i sopracitati. Chiamata a dare man forte all’esordiente Steve Nash, già assistente allenatore di quei Golden State Warriors, vi è una scorta che farebbe invidia a quella di un collaboratore di giustizia. Mike d’Antoni, Ime Udoka, Amar ‘e Stoudemire, Jacque Vaughn, Adam Harrington, Jordan Ott, Tiago Splitter e Ryan Forehan-Kelly. Chi in campo, chi in panchina, tutti hanno calcato i palcoscenici più ambiti del basket internazionale. Eppure, tutti siamo qui a parlare di “come Harden, Irving e Durant faranno a giocare con un solo pallone?”, “chi difende che sono dei telepass?”, “si girano in panchina e non c’è nessuno perché abbiamo scambiato tutti”. Le risposte le vedremo sul campo ma saranno figlie dello studio e delle tattiche elaborate dai maghi in panchina. Non solo head coach, ma soprattutto assistant coaches.
Pensate: l’NBA ha deciso di istituire un riconoscimento a loro dedicato soltanto nel 2016. Il National Basketball Coaches Association Tex Winter Assistant Coach Lifetime Impact Award, così battezzato in onore dell’esportatore del Triangolo nel mondo professionistico, premia ogni anno coloro i quali, aventi alle spalle almeno 15 anni di carriera nel coaching staff, hanno saputo dimostrare “a consistent substantial impact while on the bench”. A occhi poco esperti, il valore è difficilmente quantificabile. Ma nel basket americano contemporaneo, dove soprattutto le serie Playoff vengono decise dagli adjustments delle panchine piuttosto che dalle giocate delle superstar, finalmente anche l’appassionato medio è costretto a rivalutare una figura spesso dimenticata come quella dell’assistente allenatore. Oltre al caso di Brooklyn, l’annata attuale annovera collaboratori del massimo livello distribuiti in moltissime squadre: Nate McMillan ad Atlanta; Jeff Hornacek ai Rockets; Chauncey Billups e Jason Kidd a LA. Potremmo citarne moltissimi altri (qui la lista completa: dateci un’occhiata, molti faranno scattare in voi piacevoli ricordi…). Anche perché, a maggior ragione in questa situazione, ci è concesso parlare di “panchina lunga”. Lo staff di una panchina NBA non avrà una divisione ferrea dei ruoli come avviene nel football americano, ma a ogni componente del gruppo è affidato solitamente uno specifico ambito del gioco. Difesa, attacco, sviluppo giocatori, analisi video, studio statistiche avanzate, preparazione fisico-atletica. Per saperne di più, illuminante risulta Basket, uomini e altri pianeti, nel quale Ettore Messina descrive lo sbarco a El Segundo agli ordini di Mike Brown, presentando la quotidianità del “behind the scenes” di una stagione quasi anormale quanto questa (siamo nel 2011, ultimo lockout in ordine di tempo) da un punto di vista inusuale. Quello degli assistant coaches.

Come? Anche un ex assistente della nazionale britannica può vincere il Coach of the Year e regalare il primo anello NBA a una franchigia canadese? Non mi dire…
