E IO PAGO!
Ottenuto il riconoscimento “morale” del giocatore, vien da sé che se mancasse l’appoggio dall’head coach, che nella maggior parte dei casi ha spinto personalmente per la mia assunzione, lo status di assistente crollerebbe all’istante. Ma da un punto di vista economico? Non so quanto sia corretto fare i conti nelle tasche altrui, ma sembra doveroso sottolineare la notevole disparità di trattamento a livello di libro paga. Intendiamoci, un assistente NBA non fatica ad arrivare alla fine del mese. Non deve rivolgersi ad alcuna associazione per pagare le bollette. Eppure, degli stipendi monstre dei giocatori conosciamo ogni minimo dettaglio. Il dato del salario medio di un capo allenatore non è reso noto nella totalità dei casi: Popovich guadagna $11 mln l’anno, il contratto di Carlisle a Dallas è un 5y/35m, Ryan Saunders è legato a Minnesota da un biennale da 4 milioni di dollari totali. Cifre non trascendentali se confrontate alle star in campo, ma comunque notevoli. E gli assistenti? Si ipotizza una media di 100.000 bigliettoni annui, con casi anche estremamente inferiori. Una sproporzione incredibile. In un basket dove conta sempre di più quello che avviene lontano dalla linea dei 3 punti, i meno retribuiti sono coloro che vivono la partita addirittura a fianco di Jack Nicholson, Drake o Spike Lee. Garantire uno spacing migliore, dentro e fuori dal campo, sarebbe impossibile. Underdogs per antonomasia, gli assistant coaches.
Assistere. Dal latino assistĕre, composto di ad– e sistĕre, “stare accanto”. Stare vicino a una persona per offrirle appoggio e aiuto, per giovarle moralmente o materialmente. A costo di sacrificare la propria figura professionale per far brillare ancor di più la luce altrui. Il gioco vale la candela? La domanda non è nemmeno da porsi, se a rispondere sono loro. Gli assistant coaches.
