Prima squadra arrivata a 60 vittorie in stagione regolare. Traguardo raggiunto prima che qualsiasi altra franchigia si sia assicurata oltre a loro un posto ai playoff, mai successo nella storia della Lega. La definizione di carro armato, considerate le contingenze storiche, non è delle più felici. Ma l’impressione che suscita vedere il basket giocato dai Phoenix Suns desta preoccupazione negli occhi di chiunque dovrà preparare una serie al meglio delle sette partite contro i Soli dell’Arizona. In una NBA che si appresta a vivere il rush finale popolata da dubbi e incertezze, Phoenix è approdo sicuro per chi fosse alla ricerca di garanzia di basket piacevole ed efficiente. Il bello e il brutto dell’introduzione del Play-In Tournament, sul cui diritto di cittadinanza si continuerà a discutere, è il regalare agli spettatori scampoli di pallacanestro simile al formato della postseason già alla fine di marzo, mese solitamente avaro di emozioni e tensione agonistica, compensato dalle follie e dalle storie strappalacrime della March Madness. Tra rincorse disperate per un posto al sole di aprile e timore di tracolli clamorosi al termine di stagioni solide e convincenti, nel tempestoso mare NBA continua imperterrito la propria traversata il vascello dalle tinte viola e arancio.
SPLENDIDI SPLENDENTI
Nelle 45 occasioni nelle quali Phoenix è riuscita ad approcciare l’ultimo quarto avanti nel punteggio, i Suns non hanno mai perso. Mai. Se, come si suol dire, confermarsi è più complicato che vincere per la prima volta, Monty Williams è il migliore nel gestire il vantaggio accumulato nella prima parte di gara, coadiuvato dalla leadership e dalla gestione illuminata dei suoi principali gestori del gioco. Nelle prime due partite dal ritorno post infortunio al pollice della mano destra, Christopher Emmanuel Paul ha distribuito 27 assist di fronte a soli 4 turnovers. Chi pensava che, almeno per le prime uscite, Point God potesse prediligere un rientro nei ranghi graduale, si sbagliava di grosso. Non è nella sua natura e, diretta conseguenza, non è nella natura delle sue squadre. Phoenix non fa eccezione: solo i San Antonio Spurs hanno un rapporto tra assist e palle perse migliore della franchigia di Robert Sarver (2.19 vs 2.13). Nonostante una brusca accelerata rispetto alla preventivata tabella di marcia, Paul ha ripreso saldamente nelle proprie mani le redini della squadra, a livello emotivo ancor prima che tecnico. Con un capitano così, difficile che i Suns affondino come il Titanic. Con un condottiero così, impossibile rivivere le immagini di uno Schettino qualsiasi. Altro che abbandonare la nave: CP3 si è solamente assentato un momento, prima di godersi il lungo viaggio (l’ultimo della carriera?) verso l’Anello tanto atteso.
Devin Booker & Chris Paul lead the @Suns to their 8th straight win!@DevinBook: 35 points@CP3: 19 points, 14 assists pic.twitter.com/i4OSEDJMN8
— NBA (@NBA) March 28, 2022
22 punti. 8-11 dal campo, 3-3 dalla linea dei 7,25 mt. I numeri sono quelli di un’ottima partita, estremamente efficiente. Se vi dicessimo che sono le cifre del solo primo quarto? Se vi dicessimo che il tabellino è estratto dallo scontro con una delle squadre in vetta alla Eastern Conference, all’anagrafe Philadelphia 76ers? Quella di domenica notte è solo l’ennesima prestazione monstre della stagione di Devin Booker. Per quanto i riconoscimenti individuali contino solo per qualche bonus contrattuale e per lasciare libertà alle visioni personali sull’estetica della pallacanestro, includere il numero 1 nella conversazione per il premio di MVP non sarebbe sacrilegio. Rispetto ai principali contendenti come Jokic, Giannis ed Embiid, Devin non è il leader indiscusso della propria squadra (il 20.1 di Usg% di Paul, inferiore al valore di Trey Lyles e Ty Jerome, è il più ingannatore delle intere Advanced Stats NBA). Tuttavia, Booker dà continuamente l’idea di non voler arrestare il proprio percorso di crescita. È più semplice raggiungere il primo campo base dopo la partenza ai piedi della montagna o scalare gli ultimi picchi per raggiungere la vetta della montagna? Lì, dove l’ossigeno scarseggia e il vento sferzante ghiaccia anche l’animo più caldo, solo gli alpinisti più strenui e riluttanti al fallimento riescono a prevalere sulle forze della natura. All’uscita da Kentucky, Booker era sì considerato un buon prospetto ma i soli 21 minuti concessigli a partita da John Calipari non gli hanno permesso di mostrare a tutti il potenziale che aveva in canna. In sede di Draft, ben 12 franchigie hanno preferito puntare su altri profili piuttosto che sviluppare le già innate doti di realizzatore prima dei Suns (l’uscita contro Wisconsin al Torneo ricorda nuovamente come l’overreaction al ballerino marzo NCAA rischiano di fare grossi danni…). Per anni lo si è considerato un semplice volume scorer, destinato a essere primo violino in contesti perdenti. Coach Williams, Orlando Bubble, Ricky Rubio e Chris Paul. Non ce l’ha fatta da solo, Devin Booker. Ma ce l’ha fatta. Unico aspetto da migliorare notevolmente: la metafora pronta davanti ai microfoni. Ci sarà tempo anche per quello, tranquilli.
CONTORNO SOLO SULLA CARTA
No CP3. No Devin. Il migliore dei Suns per Net Rating (differenziale tra i punti per 100 possessi col giocatore in campo e i punti stessi col giocatore in panchina) di Phoenix è appannaggio di Mikal Bridges. Il primato spiega perfettamente l’angolarità dell’ala nella costruzione del roster di Monty Williams. Il NetRtg è un valore che difficilmente esemplifica il valore assoluto del giocatore. Il differenziale, difatti, considera il punteggio ottenuto dai quintetti che vedono inserito il singolo. Bridges non è il miglior giocatore dei Suns, né tantomeno il più forte o talentuoso. Eppure, la sua assenza è quella più facilemnte dimostrabile con le statistiche. Chissà quanto deve avergli bruciato l’essere stato scambiato nella notte del Draft dagli amatissimi 76ers. Mikal, nativo di Malvern e prodotto di Villanova, cresciuto col mito di AI nella Town of Brotherly Love, si è visto preferire Zhaire Smith proprio quando sembrava cosa fatta l’approdo in maglia Philadelphia. Facile dirlo a posteriori, ma il front office dei Suns ci ha visto non lungo. Di più. Molto di più. La duttilità nella metà campo difensiva, marchio dei prospetti forgiati da Jay Wright, è primizia naturale. Nelle ultime due stagioni, però, Mikal si sta rivelando un appoggio sicuro per gli scarichi dei penetratori Suns, mostrando lampi sempre più convincenti in termini di shot creation. Scommettiamo che gli incolori playoff 2021 saranno un brutto e lontano ricordo?
The Phoenix Suns are 120-35 since the Bubble.
— Evan Sidery (@esidery) March 28, 2022
Non sarà in cima alle classifiche per punti, rimbalzi, assist o stoppate. Nemmeno considerando unicamente i centri, categoria quanto mai suscettibile di cambiamenti di paradigmi negli ultimi anni ma ecosistema fertile per la nascita del nuovo prototipo di giocatore dominante oltreoceano. Eppure, nessuno osa negare l’influenza dell’impatto di DeAndre Ayton nella Lega. Lo spot di “pivot” nei Suns ha annoverato tra le sue fila esponenti più o meno probabili e attesi su alti livelli, tutti accomunati da una produzione offensiva e difensiva notevole. Javale McGee, Bismack Biyombo (!), persino il sacrificato Jalen Smith hanno regalato minuti di qualità nei pitturati dei parquet americani. Con CP3 sarei capace anche io di fare bella figura, direte voi. E non ce la sentiamo di negarlo. La differenza tra la prima scelta del 2018 e qualsiasi altro rollante Suns è però incontrovertibile. Diversi thread su Twitter mostrano l’efficacia ormai automatica del semigancio, destro o mancino che sia, del ragazzone bahamense. Target sicuro dei pick ‘n roll delle guardie di Phoenix, Ayton ha già mostrato nella scorsa run playoff di essere ancora difensiva tra le più solide, nonostante le ultime partite concluse con la lingua per terra e numerosi problemi di falli causati da un semidio greco. Anche, se non soprattutto, per orgoglio personale, la mancata estensione contrattuale con conseguente massimo salariale accordatagli dal front office dell’Arizona potrebbe essere la miccia decisiva. Una postseason ulteriormente impattante nell’immaginario collettivo per la considerazione, sempre troppo taciuta, di un Ayton in costante elevazione nel pantheon dei big men della National Basketball Association, è nell’aria.
Per Cameron Johnson, Cameron Payne, Jae Crowder, Landry Shamet, Torrey Craig bisognerebbe dedicare un articolo a parte. I role players che, a meno di ribaltoni, costituiranno il resto della rotazione di Williams da qui alle Conference Finals (impensabile al momento che si possano arrestare prima, checché ne dica Anthony Davis…) offrono efficienza difensiva d’èlite e spaziature offensive in grado di consentire ai califfi di esprimere pienamente il proprio potenziale. Il tutto governato da Williams, coach orfano del premio di COY che, presa in mano la squadra nella Bolla di Orlando, ha saputo carsicamente insinuarsi nella roccia dell’animo della squadra, generando pazientemente un contesto proficuo e una cultura vincente. Senza CP3 si perderà qualcosa, è inevitabile. Ma i Suns hanno lavorato scientemente nella direzione di assorbire al meglio la futura dipartita del play da Georgetown, garantendosi un futuro radioso per le prossime annate. Siamo solo all’alba. I Soli sono appena spuntati, facendo capolino dietro i canyon dei deserti del West. A fine giugno, in piena estate, le giornate saranno caldissime. E Phoenix toccherà lo zenith.





