Ha iniziato ad allenare quando era ventunenne all’Apollon. Ha vinto la terza serie ed è rimasto al PAOK per otto anni (1997-2005): ha imparato e aggiunto moltissime componenti sia da assistente che da head coach. Quale è stata la più importante per la sua carriera?
Ho imparato a studiare e crescere come coach sin da giovanissimo: moltissime esperienze le ho maturate anche a livello giovanile. Sono stato assistente e coach a tutti i livelli, dalle serie minori greche all’Eurolega. Da tutti i colleghi ho tratto qualcosa: ho appreso qualcosa dalla scuola jugoslava, dalla scuola greca, lituana (coach Kazlauskas, ndr), israeliana (Pini Gershon, ndr). Sono stato soggetto di tantissime influenze prima di creare la mia filosofia, la mia via di allenare, le mie idee di gioco.
Sei stato video coordinator diversi anni fa, quando ancora lo scouting per immagini non erano così facilmente reperibili e diffuse. Ha più volte detto che non aveva tempo di dormire neanche sugli aerei perché voleva preparare le clip da mostrare alla squadra. Che differenze ci sono tra quei tempi e oggi, dove immaginiamo sia molto più semplice analizzare il Gioco?
Ti racconterò due aneddoti a riguardo. Quando ho iniziato al PAOK era il 1997: non c’erano portatili, non c’erano computer con cui lavorare al video. Avevamo solo due schermi dove lavorare, caricando tutti gli spezzoni sulle videocassette. Ogni volta bisognava ripartire da capo per rivedere la stessa azione: non avevi alternative, non avevi il tempo per dormire! Quando ho convinto il club a comprare computer di ultima generazione, coi quali poter tagliare e montare in maniera più veloce ed efficace, abbiamo iniziato a lavorare molto meglio. I primi due/tre anni sono stati davvero duri… Sempre durante gli anni al PAOK ho lavorato con Zvi Sherf: abbiamo esordito nell’allora European Champions contro il Porto. Zvi e io ci siamo chiesti come poter studiare l’avversario: non avevamo alcuna informazione sui portoghesi. Ho cercato in tutti i modi di contattare qualcuno anche in Portogallo per saperne di più: ho pregato alcuni tifosi del Porto che conoscevo di aggiornarmi giorno per giorno le due settimane precedenti alla partita. C’era la Supercoppa portoghese: sono volato in Portogallo apposta per riprendere la partita dal vivo! È stato davvero difficile trovare informazioni, ma eravamo soddisfatti per averle tentate tutte! Ora è tutto un altro mondo: ci sono siti e blog dove puoi trovare qualsiasi informazione, statistica, clip. È molto più semplice per le nuove generazioni di allenatori: ora si può lavorare sui dettagli, sui particolari, mentre prima era un discorso più globale.
Probabilmente la notte più dolorosa della tua carriera è stata la finale di Euroleague di Spanoulis: com’è stata viverla da assistente del CSKA? Ha realizzato quel che era successo in tempo reale? Come ha reagito dopo quella sconfitta incredibile?
Con l’andamento della partita, sopra di 18 a 12’ dalla fine, abbiamo provato a tenere le distanze di sicurezza. Sono successe talmente tante cose… Se solo una di queste non fosse arrivata, avremmo di sicuro la partita! È stata davvero dolorosa: non la dimenticherò mai, a maggior ragione perché abbiamo perso nel finale. Rimarrà sempre nel mio cuore: nello sport può succedere di tutto, perdere in quel modo la finale di EL con quella fantastica squadra è per certi versi inspiegabile ma rende lo sport meraviglioso!
Al primo anno da head coach in Euroleague hai raggiunto subito la finale: ha fatto un incredibile lavoro all’Olympiakos, quali i segreti di quel gruppo? Cosa ha portato a quella squadra per mantenerlo al massimo livello?
Arrivando nel 2015, l’Oly aveva vinto due EL negli anni precedenti. Sin dal primo momento ho capito che tutti sapevano come lavorare per raggiungere quell’obiettivo, dai preparatori atletici allo staff medico. Il fatto che il nocciolo greco del gruppo fosse uno dei migliori di sempre è stato fondamentale: la maggior parte erano giocatori della Nazionale! Avere un core di giocatori locali mi ha permesso di costruire un gruppo fantastico, aggiungendo americani sublimi a una base solidissima. La mentalità vincente non mancava di certo: l’avevano costruita anche attraverso le sconfitte nel campionato greco. Abbiamo iniziato una striscia vincente in Euroleague: il momento cruciale è stata la serie col Barcellona. Abbiamo iniziato la serie con lo svantaggio del fattore campo ma, vincendo gara 2 (prima vittoria dell’Olympiakos in Catalogna), abbiamo ribaltato la situazione. Nelle Final 4 abbiamo sconfitto il CSKA con una gran partita, ma abbiamo giocato la finale col Real in casa loro. 20.000 tifosi del Madrid hanno pesato molto! Qualsiasi avversario di quel fantastico Real sarebbe stato svantaggiato: era da vent’anni che non vincevano la Coppa. Era destino che la vincessero loro!





