La seconda parte dell’intervista a Gianluca Pascucci in esclusiva dall’Eurocamp. L’intervista è stata realizzata prima del suo passaggio ai Detroit Pistons (ndr).
Puoi recuperare la prima QUI.
Parlando di futuro NBA, si è sempre ritenuta l’Eurolega come una delle vetrine principali per i giovani che sognano un futuro di lunga durata in NBA. Si ha l’impressione che questa capacità dell’Europa di formare e di coltivare il talento prima o poi di farlo sbocciare in America si stia perdendo? O pensa che comunque ci sia un modo per preservare il talento in Europa, non solo economicamente ma anche cestisticamente?
Credo che il talento europeo non si esaurirà mai. C’è materiale umano nelle varie nazioni europee su cui lavorare, soprattutto c’è un livello di allenatori molto alto. La cultura del coaching europeo si porta avanti ovviamente da decenni, c’è un ricambio generazionale anche con i nuovi che hanno imparato da quelli storici, che poi hanno avuto successo in Eurolega, che sono andati anche in NBA. Dovranno portare avanti un po’ la torcia dell’allenatore nel futuro.
Credo che magari ci potranno essere, come capita a cadenza regolare anche negli Stati Uniti, annate più floride e stagioni leggermente al di sotto dal punto di vista della qualità o della quantità dei giocatori. Ma credo che, tra il talento dei giocatori in Europa e il livello degli allenatori, la pipeline (inteso come “accesso”, “linea diretta”, ndr) dei giocatori europei scelti per andare in NBA continuerà.
Ormai ha esperienza decennale in dirigenze NBA ma, in precedenza, si è formato tra panchina e scrivania in Italia. Riesce a seguire ancora le dinamiche, in particolare dell’Olimpia Milano o di Pesaro, o il vivere dietro le quinte di un’organizzazione americana è troppo soverchiante?
Sicuramente il nostro ruolo richiede uno sforzo complesso, con ritmi abbastanza elevati. Però sono sempre connesso con la realtà europea: innanzitutto fa parte del nostro lavoro conoscere tutto quello che succede in Europa. Sono sicuramente emotivamente legato a ciò che succede all’Olimpia Milano e a Pesaro: purtroppo quest’anno la VL è retrocessa, mentre adesso mi appresterò a guardare le finali della LBA tra Virtus e Milano.
Sono sempre collegato, guardo le partite, riesco a parlare con amici che ho tutt’ora nelle due organizzazioni. Osservo da lontano tutto il panorama cestistico italiano e europeo: non ne posso fare a meno, rimango pur sempre italiano al 100%. Rimarrà sempre qualcosa che ho particolarmente a cuore.
E cosa, di queste radici e formazione italiane, si può considerare traslabile anche in un’organizzazione USA, nei vari ruoli dirigenziali che ha ricoperto negli Stati Uniti?
La creatività, che un po’ ci contraddistingue come italiani. Noi, e in generale gli europei, abbiamo sempre idee nuove diverse da proporre, rappresentiamo un punto di vista completamente diverso. Questo deriva sicuramente dalla nostra cultura di base, dal mondo in cui siamo cresciuti e dall’impatto che si genera con quello in cui lavoriamo. Sicuramente ho un livello di contatti – essendo cresciuto in Italia e avendo vissuto la maggior parte della mia vita in Europa – che ti dà la possibilità di alzare il telefono e raggiungere chiunque ti possa servire. Un valore aggiunto, che si può e si deve esportare oltreoceano.
Ormai il mondo è diventato così interconnesso che gli europei conoscono benissimo gli Stati Uniti e gli Stati Uniti conoscono benissimo l’Europa, quindi il contatto diretto diventa la cosa più importante se si vuole aggiungere qualcosa…
Avremmo voluto chiedere e parlare di tantissimi dei ragazzi che sono qui, ma legittimamente ci ha chiesto di non farlo per non scoprire carte che, in quanto direttore dello scouting dei Chicago Bulls, vorrebbe mantenere coperte. Organizzando l’adidas Eurocamp, quanto è difficile mediare le due cose? Non è fare un favore a dei colleghi “rivali”, mettere in mostra potenziali che magari aveva intuito solo lei e rendendoli così più “pubblici”?
Le due cose sono separate, sono fortunato di avere entrambi i ruoli. La pallacanestro è una big community, tutti ne facciamo parte. Oggi siamo qui a Treviso, ma molte di queste persone le ho visto un paio di settimane prima alla Draft Combine di Chicago: c’è la rivalità, normale se si parla di squadre, ma i ruoli sono completamente separati.
C’è un grandissimo rispetto tra persone che fanno parte di diverse organizzazioni, si riesce a deviare la figura di scout da quella di organizzatore dell’Eurocamp.
https://www.youtube.com/shorts/8K6VldHB5aA
Ragionando invece puramente da scout, quanto è cambiata la concezione e la valutazione del talento applicato alla pallacanestro negli ultimi anni? Su cosa ci si concentra a livello giovanile, in Europa o in America?
In generale, credo che lo sviluppo atletico dei giocatori negli ultimi anni ha raggiunto dei livelli eccellenti. Vediamo sempre ragazzi essere già atleti, sempre migliori.
Oltre ad avere specificità ed eccezionalità dal punto di vista tecnico, si guarda quanto si è preparati dal punto di vista della componente atletica. La somma rende il giocatore ancora più attraente, intrigante e potenzialmente di successo.





