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Home Esclusive

Trinchieri: “Dividerei la stagione in tre blocchi, ma il quadro è complesso”

Simone Mazzola by Simone Mazzola
29 Mag 2026
in Esclusive, Interviste
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Andrea Trinchieri

Foto MarcoBrondi // CIAMILLO-CASTORIA

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Andrea Trinchieri, al microfono di Massimiliano Bogni, ha analizzato la situazione di Eurolega, il parallelismo con l’NBA anche applicandolo a NBA Europe e dando un’idea su come strutturare la stagione professionistica.

 

È stato diramato il comunicato dell’ELPA (sindacato dei giocatori di Eurolega, ndr) in merito al mantenimento del format con 20 squadre e 38 gare di regular season della competizione, contenente critiche riguardanti le promesse fatte dalle dirigenze sulla sperimentalità di questo calendario e disattese dalla conferma dello stesso. È una questione che ha una speranza reale di trovare un compromesso?

Sai, non essendoci un contratto collettivo, le regole le fanno i proprietari. In NBA, ogni tot anni, c’è da rinegoziare: qui non vedo la possibilità di un lockout. Penso che i giocatori abbiano molta ragione: così è massacrante, ti toglie il piacere di fare il lavoro più bello del mondo. A gennaio sei già col cervello spappolato, non ti alleni mai, viaggi e basta, tendenzialmente sei dentro una lavatrice. Il problema non sono le 38 partite in sé: sono le 38 gare più quelle di campionato più quelle delle Nazionali. Così non si riescono a dare i tempi fisiologici allo sviluppo di un giocatore. Nessuno ha più tempo di investire sul lavoro individuale. Giocano per 11 mesi, e falli riposare un pochettino…

I giocatori si lamentano, non si sentono coach che dicano “A me va comunque bene giocare così tanto”…

Per me il problema non è giocare tanto o troppo, è riuscire a mantenere un certo tipo di performance giocando due tornei diversi, che pesano ognuno come un campionato, allo stesso tempo. So che è impossibile, ma io dividerei la stagione in 3 blocchi distinti: 5 mesi per la competizioni internazionali per club, poi i tornei locali, infine le Nazionali. Sennò è impari. Ti ritrovi a giocare su un campo la domenica e il piano partita degli avversari è “Corri più degli altri”: dopo due quarti la squadra è morta, sei sotto di 20 e devi cominciare a tirar fuori delle risorse che non hai per rientrare in partita. E poi lo paghi la settimana dopo in Eurolega. Il quadro è molto complesso, ma non cambierà. Sono andato a Coverciano a parlare in occasione della consegna della Panchina d’Oro: mi hanno chiesto di fare un intervento sulla gestione di un calendario fitto.

Il numero di partite diventa ancorato a quanto i club possono produrre ricavi – non so neanche se è vero, ma è la storiella che ci si racconta -. Non solo le partite non caleranno, ma saranno sempre di più. Bisogna trovare il modo di essere uniformi: l’ideale per me sarebbero settimane di partire domenica-giovedì-domenica di Eurolega. Vorrei vedere un Real Madrid-Fenerbahce la domenica alle 18: sarebbe bellissimo, la creme de la creme di domenica. Anche il calcio, lo sport più “tradizionalista” del mondo, è venuto dietro a questo concetto: c’è una Champions League a 70mila squadre, anche se poi vincono sempre gli stessi…

Però si mette in conto l’impoverimento del singolo evento, in termini di attesa e di qualità. Perché ci si rassegna a questa perdita di valore e bellezza?

Risposta banale: c’è una differenza totale tra NBA e resto del mondo. L’NBA produce denaro, un proprietario NBA investe nella pallacanestro perché sa di guadagnarci. Anche l’NBA ha enormi problemi di numero di partite, il tanking è diventato quasi un’abitudine, a quasi tutte le squadre capita di giocare senza 5-6 elementi del roster, perdono di 30 e nessuno mette in discussione alcun principio.

Leggendo i primi propositi di NBA Europe, tutti abbiamo provato la stessa eccitazione: l’unione del meglio del meglio, la tradizione europea e il business statunitense. Ma nelle prime uscite non mi è sembrato avessero messo in conto il landscape: a Milano puoi andare a teatro, al cinema, al ristorante, puoi riempire ogni sera con una cosa diversa dall’altra. Non è l’happening che c’è dietro una partita NBA, dove c’è quello o c’è quello. Le stagioni stesse dei vari sport americani sono strutturate per porre il focus su una per volta. Qui c’è molta più varietà, non è così facile esportare quel prodotto lì, deve essere parametrato a quello che trovi già.

Ho commentato diverse partite NBA in cui c’era un divario di 35 punti a metà secondo quarto: non voglio essere partigiano, ma in Europa una cosa del genere non può succedere, perché la volta dopo hai il palazzetto vuoto. Invece di andare a palazzo, la gente andrà a pesca, farà qualcos’altro. Diventi trasparente, ti guardano attraverso se dimostri di non tenerci. Invece in NBA non succede, bravissimi loro, ma abbiamo usi e costumi diversi. Ora mi sembra che in NBA stiano valutando aggiustamenti alle prime proposte: han detto “Ferma, guardiamo, studiamo, mettiamoci insieme!”.

Rimarrà un qualcosa di non replicabile per una competizione pensata e organizzata da NBA in Europa?

Se il benchmark è il livello di durezza di una gara di Eurolega, come fa un nuovo player che arriva in città ad averne una ancora superiore? Magari ci riescono, ma in questo momento ho i miei dubbi… Quali saranno le regole? Come funzionerà l’eleggibilità dei giocatori? Una competizione patrocinata da FIBA prevede la presenza di almeno 5 giocatori homegrown per squadra (5 se il roster della squadra è di 11-12 giocatori, 4 se il roster è ridotto a 10 elementi, ndr): alla NBA, se una squadra ha 12 giocatori serbi o 12 americani, non interessa, basta che la franchigia produca denaro… Si troverà un sistema di tassazione che bilanci le differenze tra le varie nazioni, ben più ampie di quelle presenti nei vari stati degli USA? Sono domande ancora prive di risposte chiare.

Simone Mazzola

Simone Mazzola

Simone Mazzola è ideatore e fondatore di Backdoor Podcast. Giornalista pubblicista iscritto all'albo, segue e racconta il basket quotidianamente da oltre vent'anni. Nel corso della sua carriera ha collaborato con redazioni del calibro di FoxSports e del sito italiano NBA. È inoltre autore del libro "American Dream: un infiltrato alle NBA Finals".X: https://x.com/mazzola_simone IG: https://www.instagram.com/datruth84/

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Backdoor Podcast è una testata giornalistica telematica, registrata presso il tribunale di Monza (Aut. n. 11/19 del 04/11/2019) – Direttore responsabile: Simone Mazzola (n.t. ODG 169818).

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