Vi riporto per un attimo al Draft di sette anni fa. Ricordate? Zion Williamson dominerà questa lega. Sette anni dopo, anche per problemi fisici per carità: no. E il Draft di Markelle Fultz? Quello di Ben Simmons? I fratelli Ball? Senza andare troppo indietro, il messaggio è chiaro. Tante volte abbiamo sentito queste parole, per la prima volta da tanti anni sento di poterle confermare con Victor Wembanyama. A tre anni dal suo draft forse la lega la sta già dominando, avendo portato una squadra a mio parere poco più che mediocre alle Finals dell’anno scorso, trascinando i suoi alla vittoria anche nel derby texano contro i Mavericks nella notte italiana di giovedì.
Le cifre non gli servono, le cifre lo offendono, ma per gli amanti delle statistiche le riportiamo qui con i dovuti caratteri cubitali: CINQUANTADUE punti (career high), VENTIQUATTRO rimbalzi, OTTO stoppate (tripla doppia sfiorata, e chissenefrega). Ciò che più conta, non solo in questo match ovviamente ça va sans dire, è il dominio totale del gioco senza neanche essere egoista, è la pericolosità da ogni punto del campo in attacco e al contempo una presenza da incubo per gli avversari nella metà campo difensiva, è la capacità di interpretare il basket moderno a livelli da calcio totale dell’Olanda del ‘74, risultando impossibile da collocare ovunque a livello di posizione tattica, detto chiaramente nel senso più positivo possibile.
Quando esce per riposare in panchina (ho controllato, non ha il jack per il caricabatterie, è un essere umano) i compagni sono spaesati e, casualmente, arriva un parziale degli avversari, anche di questi Mavs non troppo convincenti e con, anche loro (che novità in questo inizio di stagione) qualche giocatore di troppo ai box per infortunio. Gli Spurs vincono di uno perché, come ha detto Flavio Tranquillo in telecronaca, questo è uno sport di squadra e anche lui non può vincere da solo. Lo scenario infatti non può che ricordare quello vissuto da altri fenomeni rivoluzionari arrivati prima di lui, cui non è blasfemo paragonare già la sua attuale situazione. Senza scomodare His Airness tiriamo giù un altro nomignolo a caso: LeBron James. Lo avete mai sentito nominare? Chi ha dai trenta in su, o semplicemente chi ha studiato la storia del gioco, oggi guardando Wemby non può che pensare ai primi Cavs del Re, una squadra, con rispetto parlando, di scappati di casa, portati a spalla da LeBron alle Finals 2007 perse proprio contro gli Spurs con uno sweep che non ammise repliche.
Come dimenticare però la campana della storia “cantata” da Federico Buffa nella leggendaria gara 5 contro i Pistons a Detroit, con il Prescelto che porta da solo i suoi alla vittoria dopo un doppio overtime sparando da ogni posizione negli ultimi secondi dell’azione. Il paragone, considerando a che punto siamo nella carriera del fenomeno francese, a mio modesto parere regge. Perché è anche clutch Wemby. Ha dei margini di miglioramento e dei difetti, perché come detto non è bionico, tipo il tiro da tre in cui con Dallas fa uno su otto. Volete sapere però quando mette quell’uno? Ma è ovvio. Coi suoi per la prima volta sotto di tre a cinque dalla fine, esattamente diciotto secondi dopo la tripla subita da P.J. Washington. Ho terminato, Vostro Onore.
Il match
Primo quarto subito dominato dalle magie di Victor Wembanyama, fra i cui highlight quello più impressionante è il terzo tempo partendo dalla linea del tiro da tre chiuso con il layup e l’and-one, una roba veramente mai vista giustificata dalle infinite leve del 22enne francese, ma possibile solo se “abiti” il corpo di Baryshnikov conservando i tuoi 226 centimetri. Non da buttare anche il dietro la schiena in conduzione a fine quarto, stavolta chiuso portandosi a casa il ferro del Frost Bank Center in uno dei suoi sfoghi di onnipotenza cestistica ragionata. Nel secondo quarto Dallas non riesce a star dietro a Wemban…ehm volevo dire agli Spurs, e il primo tempo si chiude col rassicurante margine di più 17 per San Antonio. Questo articolo sta per diventare noioso perché devo ancora parlare di lui: nel terzo quarto la cosa più bella la fa ancora il mostro col numero 1, con una partenza da playmaker da campetto e un altro and-one con tabellata dichiarata in faccia al maestro Kyrie Irving.
In partita era già arrivata in precedenza addirittura una stoppata su un tiro da tre di Flagg, un’altra cosina vista veramente poche volte. Nel menu della serata ci sono anche svariati alley-oop assortiti, oltre che a un certo punto della partita TRE stoppate di fila, i caratteri cubitali tornano ad essere imprescindibili nella descrizione. Facile con quell’altezza, direte voi. Il problemino è che spesso è un discreto svantaggio in termini di coordinazione, soprattutto se poi riesci a tirare con la qualità di un Kevin Durant e crei dal palleggio a un livello (potenziale per carità, ma dategli qualche anno) di uno Steph Curry.
Parliamo di uno che, se gli infortuni non lo maledicono, ma Victor ha la testa ben piantata sulle spalle e si prende cura minuziosamente del suo corpo, in futuro può comodamente mettersi in tasca gente del livello di Giannis Antetokounmpo. Ma torniamo al match. I problemi per gli uomini di Mitch Johnson arrivano chiaramente quando entra Luke Kornet. Non per lui, povero ragazzo, che fa il suo come può da giocatore “onesto” qual è. La questione è ovviamente la resa degli Spurs senza il loro faro, che si trasformano da così a così e si fanno rimontare nel quarto quarto da una Dallas assolutamente non trascendentale fino a quel punto. Non sale in cattedra del tutto la giovane stella Cooper Flagg, dalla cui prestazione escono dalla mediocrità giusto un paio di volate al ferro per il pareggio dei Mavs. Più incisivo sicuramente invece l’inaspettato apporto di Naji Marshall, che piazza un paio di triple importanti chiudendo lo score personale con ben 22 punti finali. Dopo il già citato scambio di triple fra P.J. Washington e Victor Wembanyama, il francese viene mandato più volte in lunetta, dimostrando ancora una volta di essere fatto di carne con un deludente uno su quattro che poteva risultare decisivo. Nel possesso finale quindi coach Dusty May mette ovviamente la palla nelle mani del suo mr clutch Irving, il cui tiro esce di poco e il cui rimbalzo vagante è preda di un ottimo Dylan Harper, che sigilla la vittoria dei suoi.
Alla fine della fiera
Gli Spurs, inutile mentire, vincono quasi solo grazie alla prestazione del loro prodigio, sempre più dominante e sempre più illegale nelle giocate. Deludente l’apporto del cast di supporto, specialmente di un De’Aaron Fox preso per interpretare il ruolo di “secondo violino”, ben lontano per punti e mole di gioco nelle due metà campo dall’essere sufficientemente produttivo. Buona gara d’orgoglio invece dei Mavs, che ritrovano un solido Kyrie Irving dopo la stagione scorsa saltata per intero dopo la rottura del legamento crociato e un Flagg che comunque fa sempre intravedere il suo potenziale. Viene da chiedersi però se i tifosi di Dallas possano accontentarsi, pensando che appena due anni fa giocavano le finali, con un tizio sloveno andato a far sfracelli altrove per colpa della trade più folle della storia del gioco.




