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Home NBA

NBA: il Covid-19 può rivoluzionare il format NBA?

Domenico Landolfo by Domenico Landolfo
19 Gen 2021
in NBA
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Che il Covid-19 abbia cambiato gli equilibri dello sport e non da ultimo la pallacanestro, è un dato di fatto con cui convivere. Quarantena, giocatori sospesi, contatti stretti e bolle non sono parole di circostanza all’interno dei roster; eppure il morbo endemico cresce, non c’è il giusto rigore contro questa pandemia e – facendo come se nulla fosse – ci si trova di fronte a gare da recuperare e giocatori spremuti come limoni di costiera. Eppure a calcare le copertine sono le trade di Harden, i rumori di Cleveland, le ansie da ritorno di Thomas o l’ennesimo assist fantagalattico di LaMelo Ball. Perchè quindi non parlare di questo Covid-19 con uno spirito diverso?

QUANDO LA COPERTA È CORTA

Solo qualche giorno fa abbiamo parlato dei New York Knicks e di come la scelta di coach Thibodeau è quella di una rotazione ristretta. Ci sono degli infortuni di mezzo ma questa è comunque una scelta tecnica, non dettata dalla pandemia. Se prendiamo però una delle ultime vittorie della squadra arancioblu, quella contro i Boston Celtics, si vede che anche la rotazione dei ragazzi di Stevens è ridotta al lumicino. Anche Houston contro gli Spurs ne aveva 7 e mezzo a disposizione, con Kurucs che è stato messo in campo da coach Silas senza neanche sapere bene dove si trovasse post trade. O Philadelphia, che ha concesso minuti veri a gente come Dakota Mathias, Tyrese Maxey, Iasaiah Joe e Paul Reed, che sarà pure una rivincita delle riserve, però…

Il Covid-19 è una realtà ed al di là di squadre ridotte all’osso, spesso non si arriva neanche ad 8 effettivi, già c’è una bella lista di gare da recuperare e tanti, troppi scontri diretti sono stati già depennati e destinati a una data incerta. Non aver previsto la seconda metà del calendario è una cosa, trovarsi a gestire una mole di gare da recuperare sarà ben altro per Silver e soci. Anche perchè il nuovo format delle “battle” per un ultimo posto playoff impone che tutte le squadre abbiano un numero di gare simile, per non creare disparità che già si evincono dal come, quando o se la pandemia miete le sue “vittime”. Perchè tra i 14-15 giorni di quarantena per i sintomatici, e i 7 giorni per i contatti stretti non sintomatici, la speranza è sempre quella che ci sia qualcuno da poter far allenare o scendere in campo.

ESISTE UNA SOLUZIONE AL PROBLEMA?

Se la risposta spiccatamente vaccinale al Covid-19 non è la soluzione decisamente più immediata per risolvere alcuni problemi, appurato che bisognerà ancora convivere a lungo con mascherine e arene vuote, la NBA non può certo rimanere inerte di fronte a una situazione degenerativa. Se sulle prime si è parlato di una riduzione delle gare, possibile ma non di facile lettura, una delle opinioni degli insider è quella di provare ad allungare – se possibile – i roster fino a 18 giocatori, non aggiungendone altri in senso tecnico, ma ampliando le possibilità di Two-way e togliendo quel cap di 50 partite massimo che di fatto sconsiglia – ad oggi – una squadra che deve “reperire materiale umano” a pescare dalla sua affiliata in G-League per non sprecare uno di quei 50 gettoni.

Stevens, Clifford e Walton sono apparsi entusiasti di una proposta del genere, avallata anche da alcuni GM, ma al tempo stesso hanno avanzato delle perplessità. Aumentare il numero di giocatori può permettere di rafforzare gli allenamenti, permettere un graduale reinserimento dei ragazzi che sono stati in quarantena, di allungare la rotazione e – perchè no – trovare delle risorse umane che non ci si aspettava. Tuttavia però il gruppo squadra si aumenta di qualche unità, ci sono maggiori possibilità che da fuori possa entrare il virus del Covid-19 e di conseguenza avere delle ricadute peggiori. Eppure l’idea di allungare le rotazioni piace un po’ a tutti e se pensiamo che nella prima gara dell’anno Nets e Warriors erano andate allora vicine a schierare entrambe 15 giocatori sul parquet, visto anche il garbage time, non ci meravigliamo certo di tale entusiasmo.

IL TITOLO NON SCRITTO

Per una stagione che vede qualche gara rinviata, e qualche altra partita che si riduce a una mattanza dei tanti contro pochi valorosi, la verità è che la NBA non ha ragionato sul Covid-19 in senso stretto. Protocolli labili, che non sono rigidi nelle premesse ma solo nelle conseguenze, e contemperamento delle solite esigenze commerciali hanno portato gli entertainer a considerare la stagione attuale come “normale” senza invece pensare che la soluzione della bolla, impraticabile per 30 squadre ovviamente, era stata la causa del grande successo della scorsa stagione e della mancanza di sintomatici nel nucleo NBA. Se invece oramai la caccia alle streghe sui social si compone di “ricerca di immagini compromettenti“, che portano ad esclusione di quel giocatore (con multa annessa) e quarantena – ed ogni riferimento a Irving è casuale – si può ben dire che è il sistema a essere malato e che situazioni dissimili sono all’ordine del giorno. E per una lega che con il draft e le scelte, cerca sempre di trovare il suo equilibrio o un nuovo equilibrio, navigare a vista con così tante brutture è davvero qualcosa di non concepibile.

Tags: NBA
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