Quello è stato il click decisivo per farti fare un grande passo avanti in carriera?
Non solo quello: anche la conferma che sarei rimasto al Baskonia, arrivata il giorno prima della finale, mi ha aiutato a giocare più sereno e tranquillo. Un insieme di cose, diciamo…
A 18 anni è Capobianco che scommette per primo su di te. Come hai vissuto quel momento? Pensi che si investa nel modo giusto nei giovani italiani, magari anche in rapporto ai maestri lituani?
Ho buonissimi ricordi del periodo: la sera prima del mio esordio in prima squadra avevo giocato in C2 con l’under 19. Il giorno dopo dall’Abruzzo a Ferrara a fare la panchina in Serie A. Quando ti chiamano sul cubo dei cambi ti iniziano a tremare le gambe: pensi “Ieri ho giocato in C2!”. Capobianco ha creduto in me sin dal primo giorno… In Italia abbiamo il difetto che fino ai 25 anni non si dà troppa fiducia agli italiani, considerati troppo giovani o non pronti. Ci sono pochi allenatori che hanno il coraggio di buttarti in campo: preferiscono l’esperienza o uno straniero ai minuti di un giovane italiano. Consiglio a tutti i giovani di fare un’esperienza all’estero: cresci moltissimo sia a livello umano che cestistico.
A Varese, grandissima squadra, avete perso gara-7 con Siena. Cos’hai imparato da quella prima delusione?
Eravamo un’ottima squadra: la mia assenza, in quanto infortunato, non spostava più di tanto. Molto peggiore è stata l’assenza di Dunston in gara-7, magari sarebbe andata in modo diverso. L’anno successivo ci sono stati tanti cambi: nuovi compagni, nuovo allenatore, non è stato facile…
Quanto pesa arrivare in finale, anche sopra le aspettative, e mancare l’obiettivo per così poco? Scatta qualcosa all’interno del subconscio del giocatore e della squadra o comunque, guardando indietro, pensi che i due anni a Reggio Emilia siano stati grandi?
C’è mancata solo la ciliegina sulla torta: se avessimo vinto contro Sassari sarebbe stato perfetto! Il terzo è stato l’anno più complicato, siamo usciti ai quarti con Avellino. L’ambiente era speciale: un gruppo basato sugli italiani non è usuale da trovare! Ci siamo divertiti, abbiamo fatto divertire, ci è mancato un pizzico ma sono stati anni importanti.
A Sassari è arrivato un trofeo: col Poz da allenatore, com’è stata la base del tuo rapporto con lui?
L’arrivo del Poz a Sassari è stato decisivo: abbiamo vinto 23 partite di fila tra Coppa e Campionato. Abbiamo vinto una coppa europea e abbiamo quasi raggiunto lo scudetto. Avevo firmato un biennale con Sardara, avevo iniziato la preparazione con Sassari ma a fine agosto è arrivata la chiamata del Baskonia. Il presidente Sardara ha capito la situazione: da fratello maggiore mi ha detto “Siamo felicissimi se rimani ma è un treno che passa. Decidi tu!”…
