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NBA, Atlantic division: roster, mercato, chi sale e chi scende

L’offseason 2026 ha riscritto le gerarchie della Atlantic Division e della Eastern Conference in generale più di qualsiasi altra estate recente. Nel giro di tre settimane il mercato ha prodotto svolte lo scambio a lungo atteso di Giannis Antetokounmpo, il sorprendente trasferimento di LaMelo Ball ma soprattutto il ritorno di Kawhi Leonard a Toronto mentre nel cuore della divisione, l’asse Boston-Philadelphia, è stato attraversato da una trade che pochi avevano previsto, l’estremamente discussa trade che ha portato Jaylen Brown ai Sixers e Paul George ai Celtics, senza dimenticare altri arrivi importanti in ottica Division come Julius Randle ai Brooklyn Nets ed Andre Drummond ai New York Knicks.

New York Knicks: la continuità dei campioni

Analizzando per primi i campioni NBA in carica, i New York Knicks partono da una posizione che non conoscevano da mezzo secolo.
La strategia estiva è stata coerente con lo status di campioni in carica: nessun colpo a effetto, ma la conservazione del nucleo e il rafforzamento della profondità.
L’intero quintetto titolare, Jalen Brunson, Josh Hart, Karl-Anthony Towns, OG Anunoby e Mikal Bridges, è sotto contratto per la prossima stagione e pronto a lottare per ripetere la storica cavalcata della stagione 25/26.
L’unica perdita significativa pesa, però, ed è finita proprio alla rivale di divisione: Mitchell Robinson ha firmato un triennale con i Boston Celtics. In compenso però come detto Andre Drummond è arrivato nella Grande Mela con un annuale da 3,9 milioni per compensare la partenza del centro di riserva.

Jose Alvarado ha accettato un’estensione triennale da 13 milioni rinunciando alla player option, Landry Shamet è rientrato con un quadriennale da 24 milioni e Jordan Clarkson ha rifirmato per un anno a 3,9 milioni.
Il dato più interessante è proprio quello economico: secondo Bobby Marks di ESPN, i tre rinnovi di Alvarado, Shamet e Diawara valgono complessivamente circa 13 milioni di garantito, cifre da role player di bassa lega per giocatori che hanno rivestito un ruolo importante nella corsa al Larry O’Brien Trophy. Il tutto possibile grazie all’ormai storico ed emulato paycut del capitano Jalen Brunson, cha forse ha tracciato ufficialmente una nuova via per costruire roster di successo, stimolando avversari e compagni a fare lo stesso.
La cornice l’ha fissata la proprietà: James Dolan ha dichiarato di non voler entrare nel second apron, ma resta aperta la questione del backup center: la critica non è unanime sul fatto che Drummond basti a sostituire Robinson.

Boston Celtics: la fine dell’era Tatum-Brown

La stagione dei Celtics era stata, sulla carta, un successo gestionale: secondo posto a Est nonostante l’assenza di Jayson Tatum per quasi tutta la stagione (riabilitazione dall’infortunio al tendine d’Achille), con Brad Stevens premiato come Executive of the Year, Jaylen Brown sesto alla corsa all’MVP e Joe Mazzulla tra i migliori head coach in NBA. Poi però, arriva il crollo: eliminazione al primo turno contro Philadelphia, con una serie persa in gara 7 in casa dopo essere stati avanti 3-1. La conseguenza di tutto ciò è arrivata il primo di luglio: dopo aver mancato l’assalto a Giannis Antetokounmpo, Boston ha ceduto Jaylen Brown proprio ai 76ers in cambio di Paul George, due prime scelte e due seconde scelte. Nel dettaglio, i Celtics ricevono una prima 2028 (convertibile in swap se più favorevole), una prima 2031, una seconda 2028 e una seconda 2030.

Brown lascia Boston dopo dieci stagioni, reduce dalla miglior annata in carriera: 28,7 punti, 6,9 rimbalzi e 5,1 assist di media, con la selezione nel secondo quintetto All-NBA. Il giudizio prevalente sul ritorno è severo: George arriva da una stagione con appena 37 partite giocate e ha 36 anni. A convincere il front office dei Celtics però è stata l’ottima prestazione di PG proprio nella serie contro Boston, convinti che la sua difesa ed esperienza possano ancora fare la differenza.
Sul mercato, Boston ha ricostruito il reparto lunghi: oltre Mitchell Robinson è arrivato dai Knicks con un triennale da 47,4 milioni, Neemias Queta ha rinnovato per quattro anni e 56 milioni. Altro innesto di assoluta esperienza è stato l’ex Minnesota e Memphis Mike Conley.

Il progetto ora ruota interamente su un Tatum recuperato, con capitale di draft rimpinguato e una fisionomia da definire, in bilico anche il futuro di Kristaps Porzingis, mentre per quanto riguarda Payton Pritchard la dirigenza si aspetta un salto di qualità netto adesso che avrà molto più tempo il pallone fra le mani.

Philadelphia 76ers: la scommessa win-now

Per i Sixers lo scambio è una presa di posizione netta del nuovo president of basketball operations Mike Gansey: puntare sull’era Embiid-Maxey qui e ora, sfruttando anche la presenza di un giovane prospetto come Vj Edgecombe.
Jaylen Brown si inserisce in un contesto già rodato: Maxey è stato il quinto marcatore della lega nell’ultima stagione, Embiid è stato MVP e per ben due volte miglior realizzato della lega NBA. Il terzetto con Brown ha un potenziale offensivo di prima fascia a Est.
Un dato storico dà la misura della scommessa, visto che dal 2017-18 i Sixers vantano il quinto miglior record di regular season della lega ma sono una delle poche franchigie di quel gruppo a non aver mai raggiunto nemmeno le finali di conference. La decisione di rubare ad una diretta concorrente uno dei giocatori più forti e importanti a loro disposizione è una chiarissima manifestazione d’intento.

Quello dei playoff 2026 è stato il ventitreesimo confronto in postseason tra Sixers e Celtics, record NBA, e Brown ha numeri quasi identici tra regular season e playoff in carriera (20,0 punti col 57,1% di true shooting in stagione, 19,6 col 57,4% nei playoff).
Oltre a JB i Sixers hanno aggiunto al roster anche Dean Wade con un quadriennale e Ariel Hukporti, percorso opposto invece Kelly Oubre Jr. e Quentin Grimes ed Andre Drummond.
Le voci attorno ad un possibile approdo in Pennsylvania di LeBron James restano vive ma, a prescindere da ciò, i Sixers avrebbero probabilmente bisogno di un altro paio di innesti di buon livello per prendere la rotazione complessivamente al livello di questa nuova Eastern Conference.

Toronto Raptors: il ritorno di Kawhi, con un asterisco pesante

La stagione dei Raptors era stata la vera sorpresa della divisione: 16 vittorie in più rispetto al 2024-25 e il miglior rendimento statistico degli ultimi sei anni (+2,9 punti su 100 possessi). Da qui la decisione di replicare, quasi alla lettera, la mossa del 2018: come allora con DeRozan, Toronto ha ceduto il proprio miglior marcatore (Brandon Ingram), una recente scelta di lotteria dal rendimento incerto (Gradey Dick) e del draft capital per Kawhi Leonard, nell’ultimo anno prima della free agency.
Il pacchetto completo verso i Clippers comprende due prime scelte unprotected (2031 e 2033), uno swap 2027 e due seconde (2030 e 2033) (ESPN) . Leonard arriva da una stagione da 27,9 punti, 6,4 rimbalzi e 3,6 assist in 65 partite, dimostrando una ritrovata forma fisica durante bene o male tutta la stagione.

Ma qui serve l’etichetta di cautela: lo scambio, concordato il 30 giugno, non è ancora ufficiale. Le due squadre hanno annunciato il 9 luglio che la trade è sospesa in attesa dell’esito dell’indagine NBA sull’eventuale elusione del salary cap da parte dei Clippers, legata all’accordo di endorsement da 28 milioni tra Leonard e Aspiration, società di green banking oggi fallita che aveva anche un contratto di sponsorizzazione con la franchigia.
I Clippers sostengono che la trade possa chiudersi solo se la proprietà dei Raptors si assume il rischio di eventuali sanzioni sul contratto di Kawhi; Toronto dal canto suo ha risposto che attenderà le conclusioni della lega, ribadendo però di voler riportare Leonard in Canada.
Giusto ribadire che il rischio non è teorico: l’articolo XIII del CBA consente al commissioner di annullare un contratto come sanzione per elusione del cap, e Leonard deve percepire 50,3 milioni nel 2026-27.

Se la trade si chiuderà però, il quintetto proiettato vedrebbe Quickley, Barrett, Leonard, Barnes e Poeltl, con una panchina incompleta ma di buon livello composta da Murray-Boyles, Ja’Kobe Walter, Kyle Anderson e Trayce Jackson-Davis su tutti. Legittimo aspettarsi l’arrivo di almeno un altro play e di una 3&D wing.
Se salterà invece, i Raptors si ritroverebbero con un roster smontato a metà e mezza estate per ricostruire.

Brooklyn Nets: il tanking ha prodotto il suo dividendo

Il progetto era dichiarato e il risultato è arrivato: Brooklyn ha chiuso a 20-62, terzo peggior record della lega, in una stagione impostata fin dall’inizio sul possesso della propria prima scelta in un draft considerato di livello generazionale.
Il dividendo sopra citato ha un nome e un cognome, Mikel Brown Jr.: il playmaker di Louisville è stato selezionato con la sesta chiamata assoluta, la scelta più alta dei Nets dai tempi di Derrick Favors (terzo assoluto nel 2010).
I numeri del freshman di Brown Jr sono stati di livello alto: 18,2 punti, 4,7 assist e 3,3 rimbalzi in 21 partite, condizionate da un infortunio alla schiena che gli è costato 14 gare, con un picco statistico notevole grazie ai 45 punti contro NC State, record ACC per un freshman, superando il precedente primato di Cooper Flagg.

I Nets hanno completato il quadro con Joshua Jefferson (Iowa State) alla 28 e Tyler Bilodeau (UCLA) alla 43, quest’ultimo destinato a un contratto two-way.
La mossa più rilevante sul mercato in entrata invece è però arrivata prima: come detto l’acquisizione di Julius Randle e della scelta numero 28 da Minnesota, in uno scambio a tre che ha mandato Nic Claxton a Chicago e ha permesso ai Timberwolves di liberare spazio salariale.
Il roster prevede, attorno al core d’esperienza composto Michael Porter Jr., Randle, altri giocatori interessati come Egor Demin, Moritz Wagner, Danny Wolf, Nolan Traore, Ben Saraf, Noah Clowney e Day’Ron Sharpe, sotto la guida di Jordi Fernández. Non è da escludere che alcuni di questi asset possano essere riutilizzati per snellire il roster e renderlo più competitivo.
La direzione è chiara: a tre anni e mezzo dalle cessioni di Durant e Irving, Brooklyn accumula asset, mantiene flessibilità salariale e affida a Brown il ruolo di potenziale cornerstone che al momento manca.

Il quadro d’insieme della Atlantic Division

La divisione entra nel 2026-27 con una gerarchia insolitamente leggibile in cima e incerta subito sotto. I Knicks difendono il titolo con lo stesso quintetto e una panchina ritoccata al risparmio; Philadelphia ha alzato il proprio tetto teorico con il terzetto Embiid-Maxey-Brown, ma resta legata alla disponibilità fisica dei primi due e a un dato storico che pesa: nessuna finale di conference nell’era del Process.

Boston è la squadra più difficile da valutare: il rientro di Tatum vale da solo un salto di qualità, ma la cessione di Brown per un rientro giudicato modesto lascia aperta la domanda su quale sia il vero orizzonte temporale del progetto. Toronto ha il potenziale per essere la variabile più pesante della divisione, o la più fragile, se l’indagine sul caso Aspiration dovesse far saltare lo scambio. Brooklyn, infine, non compete: costruisce. E per la prima volta da anni lo fa con una direzione riconoscibile.

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