La tua ultima esperienza a Varese si è conclusa in una maniera che ha fatto molto discutere. Se dovessi riassumere per una persona appena atterrata da Marte il climax che ha caratterizzato l’annata a Masnago, rapportandolo anche al risultato finale?
Userei solo aggettivi superlativi, a partire da “bellissima”. Prima sono subentrato a Pozzecco e da penultimi siamo arrivati a salvarci tranquillamente, poi 2 anni dopo sono tornato a Varese al posto di Moretti e la squadra era in grande difficoltà. Dopo 5 vittorie consecutive avevamo la possibilità di agguantare i Playoff, ma un incidente stradale che ha coinvolto Maynor e Pelle li ha tenuti fuori per 2 partite e non siamo riusciti a raggiungerli. L’anno dopo cambiammo alcuni elementi e iniziammo la stagione così e così. dopo un periodo di infortuni facciamo un paio di operazioni di mercato, Vene e Larsson, e la squadra ne vince 12 su 15 nel girone di ritorno. Sesto posto, e l’anno dopo finale di Coppa Italia. C’era davvero un grande clima, tanta gente che ci seguiva. La presenza di un grande manager come Toto Bulgheroni dimostrava l’apprezzamento e l’affetto della piazza, che ci ha portato sino alla semifinale di FIBA Europe Cup. Dopo 5 anni bellissimi è nell’ordine delle cose che a un inizio corrisponda una fine: la gente pensa al discorso di Scola, ma lui non c’entra niente. Si era rotto qualcosa tra me e un’altra persona, né Bulgheroni né Scola. Luis ha quest’anno dimostrato di essere un grande manager, dopo che l’anno passato aveva un ruolo più marginale: è stata una bellissima dimostrazione la prima volta che sono tornato da avversario a Masnago, devo ancora ringraziare gli Arditi e tutto il pubblico biancorosso per l’affetto che ha dimostrato. Scola e il suo management hanno fatto davvero bene, hanno puntato su una tipologia particolare di pallacanestro molto diversa dalla mia ma non riuscirò mai a essere negativo o invidioso per i risultati che ottiene Varese. È una piazza che mi ha dato così tanto che riesco ad apprezzare quando sono altri allenatori e giocatori a fare bene: coach Brase ha fatto un lavoro egregio.
Claudio Coldebella e Sasa Obradovic: due tuoi protetti, uno GM di un progetto i fase embrionale ma con alle spalle esperienze già notevoli e l’altro allenatore da Final 4 di EuroLeague. Come hai seguito la loro ascesa?
Claudio l’ho seguito più a lungo e più da vicino: nel 2002 giocava a Brescia e, nel biennio in cui ha giocato per me all’Olimpia, è stato persino capitano. C’era nella notte di Madrid, e ancora oggi ricordiamo la grandezza e il piacere di quell’impresa. L’ho ritrovato da assistente nel 2007/2008, l’anno con Gallinari, insieme a Fioretti. Mario l’ho portato a Milano nel 2003 e ancora oggi, dopo 20 anni, è ancora apprezzato e rispettato da tutti all’Olimpia. Claudio mi ha poi richiamato quando era in dirigenza a Varese: uomo dalla grande competenza e dal grande metodo di lavoro, che ha visto la pallacanestro da tutte le angolazioni. Dovunque andrà sono sicuro che farà bene: ricordo il dispiacere con cui vidi la sua partenza per Kazan, ma professionalmente ha avuto successo anche lì. Sasa l’ho seguito meno, l’ho avuto come giocatore a Roma: persona di alto livello, giocatore che già in campo conosceva e capiva il Gioco come pochi. Come allenatore so che applica alcuni dei metodi che propongo anche io, mi fa piacere se può essersi ispirato a me. Ci siamo rivisti a Milano durante le Finals e ci siamo ripromessi di incontrarci nella prossima preseason.
Domanda secca: ma è vero che “torturi” i tuoi assistenti?
Non siamo a fare beneficienza, siamo al lavoro. Mario Fioretti è stato mio assistente per tanto tempo ed è tuttora ad altissimo livello, altri come Trinchieri e Fucà hanno fatto notevole carriera. Chi si lamenta probabilmente ha qualche scheletro nell’armadio, si va a vedere quello che hanno fatto dopo e si nota come si siano persi… Io non faccio politica, uno sa sempre come la penso. Non ho doppie facce, può piacere o meno ma secondo me nello spogliatoio non conviene averne, a maggior ragione per i salari corrisposti agli assistenti. L’asticella deve essere sempre alta, poi magari a volte lo stress e la tensione della partita possono far andare sopra le righe. Tutti vorrebbero vincere in maniera tranquilla e misurata come Ancelotti, ma purtroppo non mi appartiene quella calma. Ho 60 anni, 30 di carriera da capo allenatore alle spalle e faccio la tirata dalle 8.30 del mattino sino alle 8 di sera. Io ho ancora energia e passione: quando nella partita mi vedrete seduto in panchina, allora sarà arrivato il momento di fermarsi. È l’energia a fare la differenza, finché sarò a bordo campo e gesticolare e non sarà un peso ma un piacere, allora continuerò. Io penso di pretendere che qualcuno più giovane, con meno esperienza possa produrre, almeno a livello di tempo, quanto me. Ovvio che si può sempre migliorare come qualità, ma a livello di quantità siamo pagati per produrre. E se pretendo qualcosa è perché penso che qualcosa si possa fare, altrimenti non varrebbe nemmeno la pena provarci.
Scegli una delle tante istantanee appese alla tua parete della vita cestistica e raccontacela. Piena libertà, prendi quella che vuoi…
Mondiale U19 1991 in Canada, classe di ragazzi tra il 1971 e il 1972. Io assistente allenatore, finale persa dopo due supplementari contro gli Stati Uniti. Partita importante, di altissimo livello.




