Dodici anni di panchina divisi tra Reggio Emilia e Verona fanno di Franco Marcelletti uno degli osservatori più qualificati per leggere la sfida di domenica tra Unahotels e Scaligera. L’ex allenatore, che ha vissuto cinque stagioni a Reggio in due diversi momenti e sette a Verona in tre esperienze distinte, non ha dubbi: entrambe le realtà meritano di essere preservate, spiegandone i motivi in un’intervista a Gazzetta di Reggio:
«Sono due realtà bellissime, con una passione enorme per il basket, soprattutto Reggio Emilia. E non a caso Reggio è uno dei cardini della carta geografica della pallacanestro italiana.»
Un legame profondo con entrambe le città, che Marcelletti descrive come ambienti capaci di puntare sui giovani senza mai smettere di farlo, anche nei momenti difficili. A Reggio, il nucleo storico costruito attorno a Uglietti, con Severini, Visconti e Rossato, è per lui un segnale chiaro di solidità:
«È un fatto positivo. Prima di tutto vuol dire che è gente affidabile, poi conosce l’ambiente e sa farlo capire ai nuovi.»
Tobey playmaker aggiunto, Verona pericolosa a rimbalzo
Sul piano tecnico, Marcelletti individua nell’utilizzo dei centri di ruolo una delle caratteristiche più interessanti di entrambe le squadre. In particolare, il gioco spalle a canestro è un tema che gli sta a cuore, e in Mike Tobey vede un interprete capace di andare oltre il ruolo tradizionale:
«Io insistevo tantissimo per dare la palla spalle a canestro, perché da lì si può generare gioco. E così fa soprattutto Verona, perché Tobey tra le altre cose è davvero un playmaker aggiunto.»
Proprio Verona, secondo l’ex tecnico, rappresenta un’insidia concreta per Reggio Emilia, soprattutto sotto i tabelloni. Melendez e Samuels vengono indicati come giocatori atletici e molto efficaci nel seguire i tiri, capaci di costruirsi seconde e terze opportunità. Un problema che Marcelletti ricollega a una lacuna più generale nel basket contemporaneo: la scomparsa del tagliafuori come fondamentale.
Per spiegare cosa si sta perdendo, cita un giocatore che lui stesso lanciò a sedici anni e mezzo: Nicolò Melli. Oggi, a trentacinque anni, Melli è diventato per Marcelletti un esempio raro di chi ha capito che il lavoro oscuro — rotazioni, recupero di palle, giro veloce e tagliafuori lontano dal canestro — è ancora decisivo ad alto livello:
«Il problema di molti giocatori è che non guardano nemmeno le partite dei livelli superiori. Se guardassero l’Eurolega, c’è un giocatore che ho avuto la fortuna e anche il coraggio di lanciare a 16 anni e mezzo che si chiama Nicolò Melli. Lui sa che per prendere il rimbalzo deve tagliafuori il più lontano possibile dal canestro. Gli esempi ci sarebbero, il problema è che non sempre sono seguiti.»
Sul duello in panchina tra Ramagli e Priftis, Marcelletti riconosce nel collega veronese un veterano che ha ormai superato anche le sue presenze in città, e definisce Priftis una persona seria, capace di uscire da situazioni difficili. Due profili diversi, per una sfida che si preannuncia equilibrata.






