HABITAT. VIAGGIO SOCIALE
Esisterà mai una macchina del tempo? Se la risposta fosse affermativa, saremmo curiosi di osservare le reazioni di un eventuale incontro tra Edy e Adolph Rupp, storico allenatore di Kentucky. In seguito a una sconfitta contro gli arcirivali dell’Università di New York nel 1935, i motivi della disfatta, secondo il guru degli Wildcats, sono da imputare alla difesa troppo statica degli avversari che, chiudendosi in area, non permettevano ai suoi ragazzi un comodo accesso al ferro. Al di là delle recriminazioni di un allenatore sconfitto, il basket americano non tarda a prendere provvedimenti. A partire dall’annata successiva è introdotta una nuova regola: i famigerati tre secondi, una delle più difficili da valutare per arbitri e giocatori stessi nella poesia in movimento che è un’azione cestistica. Non contenti, gli americani hanno successivamente deciso di applicare la stessa regola in entrambe le metà campo. Praticare così una difesa a zona è stata considerata, fino a pochi anni fa, un vezzo e una moda tipicamente europea, dove invece la possibilità di far stazionare un giocatore nel pitturato per quanto si voglia non è mai venuta a mancare.
Ora, immaginatevi un 221cm x 120kg impossibilitato a governare l’area fisso sul proprio trono. Costretto a dover uscire e rientrare dal proprio giardino di casa qualora non sia attaccato in maniera diretta. Altro che pesce fuor d’acqua. Combattere una crociata nei confronti dei detrattori dei vari Mutombo, Bogut, Mourning e Gobert significa rendere merito a chi, nonostante gli impedimenti regolamentari, ha saputo esaltare le proprie caratteristiche anche in un habitat estremamente ostile. Ostile per Edy, molto più a suo agio nella difesa drop tollerata nel Vecchio Continente. Da quando veste la camiseta blanca, Tavares è ulteriormente evoluto tecnicamente, aggiungendo anche un discreto tocco dalla media distanza e dalla linea del tiro libero, mantenendo inalterata la leadership nella classifica di rimbalzi e stoppate di praticamente ogni competizione cui il Real prende parte.

A oggi non abbiamo paura di definire Tavares come il giocatore più determinante e influente d’Europa. Attenzione: non più forte. Nemmeno più dominante. Ma Edy condiziona più di tutti. Preparare un piano partita con la prospettiva di dover scalare il monte Tavares richiede una preparazione ad hoc, simile a quella per gli 8000 dell’Himalaya. Muovere il tuo attacco sapendo che, nei pressi del ferro, con Edy sul parquet, è complicato passarla liscia. Sistemare i meccanismi difensivi nel caso in cui, una volta correttamente eseguito un blocco efficace, impedire la ricezione sotto canestro del nativo di Maio è impresa improba. Condiziona più di tutti anche il Real stesso. Un conto è difendere alla morte sul perimetro sapendo che, nel caso di un anticipo troppo avventato, due scivolamenti di Edy e tutto si risolve. Altro conto quando, con buona pace di Tyus e Garuba, il capoverdiano siede in panchina a gustarsi tanto pochi quanto meritati momenti di riposo.
L’annata del Real Madrid è un concentrato di sfortuna e rincorse senza precedenti. Campazzo partito in direzione Colorado. Infortunatosi Randolph. Notizia delle ultime ore, la dipartita di Deck. Eppure, il Real è lì, qualificato ai playoff di Eurolega e primo in ACB in attesa del Clasico di domenica sera. Vecchi, stanchi, leoni feriti. Ma sono lì. Guidati da Branchia, idolo moresco, anelante la fuga ma osannato leader del proprio regno. Perché, che piaccia o meno, Edy condiziona. Eccome se condiziona.
