C’era un tempo in cui i gol più belli della storia non avevano immagini, ma solo testimoni oculari. Quel mondo fatto di “nebbia e leggenda” sta scomparendo, sostituito da una trasparenza digitale che non lascia spazio all’immaginazione. Ai microfoni di Rivista Undici, Federico Buffa lancia un monito: la narrazione sportiva, per come l’abbiamo conosciuta, è agli sgoccioli.
La tecnologia contro la narrazione
Se oggi possiamo recuperare ogni singola partita di Jannik Sinner da quando aveva 13 anni, come possiamo ancora costruire un mito? La disponibilità totale dei dati cancella quella “brina del tempo” che permetteva di ricamare storie leggendarie. Senza il mistero, il racconto perde il suo fascino primordiale.
Secondo Buffa, l’avvento dell’Intelligenza Artificiale minaccia di trasformare il giornalismo in una “civiltà raccoglitrice”. Oggi basta inserire due biografie in un software per ottenere il testo di uno spettacolo teatrale. La creatività legata al vecchio modo di intendere il giornalismo — il viaggio fisico per catturare una singola dichiarazione — sta svanendo:
“Siamo alla civiltà raccoglitrice: vedi il frutto e lo prendi. C’è meno mistero, porca miseria, direi proprio clamorosamente meno mistero.”
Il valore del “non visto”
Il racconto del gol più bello di Pelé o quello di Maradona contro l’Huracan vive solo nella memoria di chi c’era, trasformandosi col tempo in letteratura pura. Oggi, invece, la fruizione istantanea di ogni highlight ci impedisce di guardare l’intero negozio: ci concentriamo sui singoli gioielli dell’NBA, ma perdiamo di vista l’epica del gioco nella sua interezza.
In un mondo dove un software può incrociare dati e scrivere monologhi, la vera sfida non è più reperire informazioni. La missione del nuovo storytelling è proteggere quel briciolo di “sacro” che solo ciò che non è stato filmato può generare. La leggenda, per sopravvivere, ha bisogno di zone d’ombra che il digitale sta illuminando con troppa violenza.





