Non ce n’è.
Le Final Eight di Coppa Italia sono oggi l’evento più bello, più incerto e più vendibile che la Legabasket può offrire. E va detto: in questa edizione il bilancio è decisamente positivo. Non tanto e non solo perché le partite sono state quasi tutte belle e all’altezza delle aspettative — in competizioni come questa il semplice pathos spesso basta a rendere le gare tese e incerte fino all’ultimo possesso — quanto per ciò che è accaduto intorno all’evento. Un aspetto che in passato aveva lasciato più perplessità che entusiasmo e che oggi, invece, possiamo definire riuscito.
Vediamo tre aspetti positivi e uno negativo di queste Final Eight.
LBA TV
Tanti dubbi, poca fiducia generale all’inizio della stagione. E invece LBA TV, in questa competizione, ha dato il meglio di sé.
Copertura sontuosa. Da tempo non vedevamo studi prepartita così strutturati, con analisi approfondite, voglia di interpellare i protagonisti, di raccontare il dietro le quinte e gli aspetti tecnici delle partite, coinvolgendo chi quelle gare le ha giocate e allenate.
La coppia Menetti–Trinchieri è risultata complementare ed efficace, capace di alternare letture tecniche e ritmo televisivo. Anche la squadra dei commentatori ha prodotto un lavoro solido. Il rilievo dato alla competizione è stato finalmente coerente con lo slogan: “valorizziamo il prodotto”.
Molti lo avevano promesso in passato senza mai farlo davvero. Stavolta si è investito in tempo, risorse e competenze per raccontare quello che, oggi, è il prodotto più vendibile del nostro campionato.
E per cinque giorni ci siamo dimenticati di Trapani, di Bergamo e delle polemiche sui campionati dispari: per una parentesi siamo tornati a concentrarci solo sul campo e su ciò che di bello poteva offrire.
Contorno ed esperienza
Backdoor era presente sul campo e un altro elemento evidente è stato il coinvolgimento del pubblico anche oltre la partita.
Finalmente si sono viste iniziative collaterali concrete: aree per bambini, attività di intrattenimento, la presenza di NBA 2K per integrare il gaming in un ecosistema sportivo che ormai non può più ignorarlo. L’evento non è stato solo “vengo a vedere la partita e basta”, ma un’esperienza completa. E oggi l’experience — termine abusato ma corretto — è imprescindibile.
Un evento sportivo non può limitarsi ai 40 minuti di gioco: deve essere trasversale, inclusivo, capace di coinvolgere famiglie intere e diventare occasione di tempo condiviso. Questo genera valore, business, sostenibilità. Le persone investono se ciò per cui pagano merita. Sta a chi organizza meritarsi quei soldi. E la direzione intrapresa sembra quella giusta.
Il basket
Nessuna partita ha tradito le attese. Tutte vibranti, tese, competitive.
La Coppa Italia è la competizione delle pari opportunità: tre giorni perfetti possono bastare per vincere, anche partendo dietro. Trento e Napoli lo hanno dimostrato nelle ultime stagioni, Tortona è andata vicina all’impresa.
Se guardiamo all’estero, il copione è simile: in Spagna non hanno vinto Real o Barcellona; in Germania Bayern e Alba sono cadute; in Francia ASVEL e Parigi si son fermate prima della finale.
È sempre più la competizione delle sorprese.
In Italia ha vinto Milano, ma Tortona è stata vicina a un doppio upset contro squadre di Eurolega dopo aver eliminato la Virtus.
La qualità tecnica è stata alta. Non solo partite da 59-57 piene di pathos, ma anche gare da 106-102 come la semifinale Milano-Brescia. Il pathos non dipende dal punteggio basso: si può segnare 100 punti e avere comunque una partita straordinaria. E cosa c’è di meglio di una gara spettacolare che si decide negli ultimi possessi?
Cosa non va: la mixed zone
La mixed zone resta un problema.
La zona in cui i giocatori dovrebbero fermarsi a parlare con i media continua a essere facoltativa. Squadre che perdono e non si presentano. Squadre che vincono e non si presentano.
È un problema di comunicazione strutturale, quasi endemico.
La comunicazione non può essere solo: “parlo quando vinco”. Deve essere una regola condivisa. Non è accettabile che uno dei pochi momenti in cui i media possono accedere ai protagonisti diventi discrezionale.
Il basket va raccontato dai suoi protagonisti. Quando vincono, quando perdono, quando sono felici o arrabbiati.
Finché società e leghe non comprenderanno che le parole, le storie e le emozioni dei giocatori sono il veicolo principale per diffondere il prodotto, ci sarà sempre un limite strutturale alla crescita del prodotto che vogliamo vendere. In queste competizioni come durante la stagione.
