Luca Banchi è oggi il volto dell’Italbasket che prova a ritrovare stabilità e ambizione internazionale. Un commissario tecnico atipico, lontano dai social, legato ai rapporti umani e a un’idea di pallacanestro costruita nel tempo, tra provincia, sacrifici e scelte spesso controcorrente. Il CT Azzurro si è raccontato nel corso di una lunga intervista concessa a La Gazzetta di Modena.
Dagli inizi a Grosseto fino alla panchina della Nazionale, Banchi racconta una carriera fatta di passaggi chiave, successi, pause forzate e una visione lucida sulle difficoltà strutturali del basket italiano.
«Non amavo il basket»: gli inizi a Grosseto e la svolta
Negli anni Settanta Grosseto viveva di baseball, ma Luca Banchi finì in palestra quasi per caso:
«All’inizio fu una scelta più indotta che mia», racconta. Il vero cambio di passo arriva a Montecatini, dove la partita della domenica diventa un rito collettivo.
Il passaggio da giocatore ad allenatore nasce grazie a Luciano Righeschi, suo professore di liceo:
«Vide in me caratteristiche che nemmeno io conoscevo». Da lì, il primo gruppo di ragazzini allenati quasi per gioco: le prime “cavie” di una lunga carriera.
Livorno, Don Bosco e una scuola irripetibile
L’estate 1989 segna la prima grande svolta. Banchi arriva a Livorno, nel pieno della rivalità tra Libertas e Pielle.
Il progetto del Don Bosco, guidato da Massimo Faraoni, diventa un modello: produzione interna, flusso continuo verso la prima squadra, identità forte.
Nel 1997 quella visione porta alla Serie A1 con una squadra composta in gran parte da giocatori cresciuti nel vivaio:
«Allenamenti a Natale, sedute infinite, il custode che ci cacciava con le secchiate d’acqua: non erano leggende, era tutto vero».
Siena, Milano e lo stop improvviso
I successi a Siena e lo scudetto al primo anno a Milano sembrano lanciare Banchi verso una carriera senza ostacoli. Poi lo stop: l’eliminazione ai playoff e la fine di un ciclo.
Non è una resa, ma una pausa di riflessione:
«Mi sono riappropriato della mia vita, ho viaggiato, mi sono aggiornato». Un passaggio che cambierà profondamente il suo approccio al ruolo.
Nessun compromesso: la seconda vita da allenatore
Dal ritorno a Torino fino alle dimissioni dalla Virtus Bologna, emerge un Banchi più rigido sui principi.
«Ai giovani allenatori dico sempre: non fate come me», ammette, consapevole di aver fatto scelte rischiose ma coerenti.
La sua critica è chiara:
«Oggi l’allenatore ha perso dignità. Nelle giovanili non si vive più di questo lavoro».
Bamberg e la consacrazione internazionale
La stagione al Bamberg, subentrando a Trinchieri, rappresenta il vero spartiacque.
Da lì Banchi entra nel ristretto gruppo di allenatori italiani all’estero, aprendo una strada che oggi vede oltre venti tecnici impegnati fuori dai confini nazionali.
Lettonia, il capolavoro mondiale
Il grande pubblico lo riscopre con la Lettonia, protagonista di un Mondiale storico: quinto posto, semifinale sfiorata e premio di miglior allenatore del torneo.
«Abbiamo esportato un modello», sottolinea Banchi, valorizzando giocatori allora marginali.
L’accoglienza di Riga resta un’immagine indelebile:
«Ero l’unico non lettone in mezzo a una folla in delirio».
Italbasket: poche finestre, tante difficoltà
Con l’Italia, il contesto è più complesso. Qualificazioni spezzettate, finestre FIBA senza i giocatori dei top campionati, poco tempo per lavorare.
«Sono stato nominato ad agosto e ho avuto i giocatori solo il lunedì prima del torneo», spiega.
In queste condizioni il CT diventa soprattutto un equilibratore: organizzazione, sostegno, visione a lungo termine.
Allenare oggi: territorio, linguaggio e futuro
Banchi non si limita alla panchina. Gira l’Italia, monitora 70 giocatori all’estero, promuove iniziative come “Ogni Regione conta”.
Anche il linguaggio del basket cambia: close out, pinch post, transizione:
«Stiamo cercando di omologare il linguaggio delle nazionali, ma l’inglese è più sintetico ed efficace».
Il lato privato: famiglia, distanza e amore incondizionato
Padre di Alessandro e Margherita, Banchi ha vissuto la paternità spesso a distanza.
«Essere autorevole lontano non è semplice».
Un ruolo centrale lo ha avuto anche il cane Shaq, simbolo di amore incondizionato e di un equilibrio familiare costruito nel tempo.
Il sogno azzurro resta
Mondiali, Olimpiadi, futuro del movimento: Banchi guarda avanti senza slogan.
«Sogno di vivere con l’Italia le emozioni provate con la Lettonia».
Il calendario dirà se questo percorso porterà i suoi frutti. Ma una cosa è certa: Luca Banchi non ha mai smesso di credere che il basket, prima di tutto, sia una questione di valori, lavoro e identità.
