HomeNBANBA, New York Knicks: Julius Randle, la ballata del dubbio

NBA, New York Knicks: Julius Randle, la ballata del dubbio

NEW YORK, MY LOVE

Un fervente cristiano alla Mecca della pallacanestro. Sposalizio poco ortodosso in una New York, ossimorica e antipodica come poche, bloccata dallo shock pandemico. I primi mesi di Julius sono tutto tranne che scintillanti. Soprattutto perché non migliora. Pare essere lo stesso identico giocatore che faceva saltare in aria gli utenti YT nel 2012. Ma niente di più, niente di diverso, niente di meglio. Cosa che sarebbe lecito aspettarsi da un giocatore del sesto anno. Tutto, improvvisamente, si ferma. I Knicks, per (s)fortuna, non sono invitati nella bolla di Orlando. Come mai? Fanno semplicemente schifo: il record deficitario li condanna a seguire il finale di stagione sul divano di casa. Paradossalmente, questi mesi di allenamenti extra possono essersi trasformati nella migliore delle cure per giocatori e dirigenti di NY. Esonerato coach Fizdale e licenziato Steve Mills appena prima della pausa, New York ha deciso di affidarsi alle sapienti mani di Leon Rose, ex agente dei Big Three di Miami e di The Answer tra gli altri, uno tra i personaggi con più legami e relazioni nella jungla chiamata NBA. Il primo provvedimento di Rose come GM è quello di affidare la panchina a Tom Thibodeau. “Difensivista” (scusate il prestito calcistico). Ancorato a vecchi principi di solidità e quadratura di squadra. Poco incline alla spettacolarità. Per nulla affine alla crescente e sproporzionata personalità dei fuoriclasse (o presunti tali) con cui dividere lo spogliatoio. Il suo “culo basso e pedalare” ha poco a che spartire con l’ego delle stelle. Ancor meno se giovani e circondate da aspettative tanto luminose da diventare accecanti. Squadre brutte, sporche, cattive. Disposte a sacrificio e duro lavoro, ripagati da una tenuta difensiva granitica e un attacco semplice quanto efficace. La bellezza è per altri.

Fonte: Empire Sports Media

Questione di feeling. Quello creato tra la giovane banda allo sbaraglio e il nuovo condottiero, autoritario e obsoleto. I quintetti di Thibs rappresentano la quintessenza della sua concezione di basket, vincente ai tempi dei Celtics ma infrantasi contro gli scogli dei ritmi sempre più alti e frenetici degli attacchi contemporanei. Nell’antitetica New York, però, Thibodeau non è uomo da compromessi. Avanti, dritto per la sua strada. Nonostante critiche. Scetticismo. E doubters. Sempre loro. Quale guida migliore in campo di una mano mancina che canta, ma che lo ha sempre fatto sul palcoscenico sbagliato? Fin da subito, le gerarchie sono chiare: la squadra è di Julius Randle. La busta paga e la reputazione lo richiedono. Julius, come direbbe il buon Machiavelli, i mesi di pausa forzata non li ha né dormiti né giocati. Tecnicamente, i movimenti offensivi hanno visto l’aggiunta costante del tiro dalla lunga distanza e una fluidità devastante in avvicinamento al ferro. Fulcro dell’attacco newyorkese, Randle ha ampliato il proprio bagaglio di letture e visioni con e senza la palla in mano, rendendosi un giocatore pericoloso in ogni istante dell’azione, in ogni punto del campo. Ciò che impressiona di più, però, è l’atteggiamento del #30. In entrambe le metà campo.

Se prima giocava in punta di piedi, ora Randle è capace di sprigionare tutti i cavalli del proprio motore. Se prima Julius era una berlina elegante, la scoperta di un motore e di un telaio di primissimo livello lo hanno trasformato in una sfrecciante auto da corsa. Ma non crediamo che sia merito unicamente di coach Thibs. No. Perché un conto è conoscere, sapere. Un altro è rendersi conto, ottenere consapevolezza. Gli aneddoti riguardo al rapporto con Kobe. La fiducia mostratagli dalla dirigenza Knicks per convincerlo a far parte di un progetto all’apparenza sconclusionato. La faccia cattiva del figlio Kyden verso mamma-arbitro Kendra. La lezione impartita a papà Julius di essere non solo leader tecnico ma anche modello comportamentale per i più piccoli appassionati della palla a spicchi. Tutti questi elementi, reagendo tra loro, hanno creato un mix esplosivo. Non sappiamo, caro vecchio Oak, se darti torto o ragione. È ancora troppo presto. Troppo poco tempo per valutare. Ma anche perché, in fondo in fondo, Randle è sempre Randle e i Knicks sono sempre i Knicks. Anche se la loro unione è una lega scintillante, la materia grezza avrà le proprietà di sempre. E loro torneranno a farsi sentire, prima o poi. Sempre loro. Doubters.

Massimiliano Bogni
Massimiliano Bogni
Hoosier. Bergamasco. Atalantino. Iscritto a Lettere Moderne in UniMi. A seconda del contesto, non necessariamente in quest'ordine. Sempre in attesa di recuperare da terra ogni briciolo di sport.