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Da Embiid a Walton: i 10 più grandi what if della storia NBA

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Ogni anno, quando si avvicinano i playoff NBA, attorno a Joel Embiid e ai Philadelphia 76ers aleggia una sensazione ormai familiare: l’attesa mista a inquietudine. Cosa succederà stavolta? Il probabile futuro Hall of Famer non è mai stato fortunato con il proprio corpo. L’ultima tegola è un’appendicectomia che lo ha messo fuori causa alla vigilia dei playoff 2026, l’ennesimo capitolo di una storia clinica impressionante: fratture orbitali (a entrambi gli occhi, in momenti diversi), tendiniti, rotture del menisco, un legamento del pollice strappato, una distorsione al legamento collaterale laterale, la paralisi di Bell e molto altro. In carriera ha saltato 476 partite, giocandone 490. A questo punto non ci sono dubbi: Embiid fa parte a pieno titolo del club dei grandi what if della storia NBA.

Bleacher Report ha provato a stilare una classifica dei dieci giocatori più rappresentativi di questa categoria, valutando i numeri e i riconoscimenti ottenuti prima degli infortuni, l’età in cui i problemi fisici hanno iniziato a pesare e l’impatto complessivo sulla carriera. Il risultato è una lista che mescola rimpianto e ammirazione, con una buona dose di soggettività inevitabile.

Da Tracy McGrady a Greg Oden: talenti divorati dagli infortuni

In fondo alla top 10 c’è Tracy McGrady, che nei primi anni Duemila stava costruendo un caso concreto per il titolo di miglior ala della lega. Due titoli di capocannoniere consecutivi, due selezioni nel primo quintetto All-NBA, un mix di fisicità, atletismo e talento tecnico avanti rispetto ai tempi. I problemi cronici alla schiena, però, lo limitarono a 47 partite nel 2005-06, e successivamente i guai al ginocchio lo portarono alla microchirurgia. T-Mac chiuse sostanzialmente la sua avventura NBA a 32 anni. Senza quegli acciacchi, un MVP e forse anche un titolo non sarebbero stati scenari irrealistici.

Embiid si colloca nella parte medio-alta della classifica. Nonostante tutto, ha vinto l’MVP 2022-23 e le sue medie non sono calate: nelle ultime tre stagioni ha viaggiato a 29.4 punti, 9.1 rimbalzi e 4.7 assist. Ha raggiunto almeno 66 partite in una stagione solo due volte, e in entrambe le occasioni è finito tra i primi due nella corsa all’MVP. L’idea di vederlo al massimo della forma nei playoff, però, suona ormai quasi utopistica.

Ralph Sampson, prima scelta assoluta nel 1983, sembrava poter formare con Hakeem Olajuwon una delle coppie di lunghi più devastanti di sempre. Con i suoi 224 centimetri e un bagaglio tecnico che ricorda vagamente Victor Wembanyama ante litteram, nelle prime tre stagioni viaggiava a 20 punti, 10 rimbalzi e 2 stoppate di media. Ginocchia e schiena lo tradirono prima dei 30 anni, e la sua ultima stagione arrivò a soli 31 anni.

Greg Oden, altra prima scelta assoluta, dominava a rimbalzo e nella difesa al ferro nel suo unico anno al college. Ma la microchirurgia al ginocchio destro subita subito dopo il draft segnò l’inizio della fine: saltò l’intera stagione da rookie, giocò appena 82 partite nelle due annate successive, poi sparì per tre anni prima di chiudere con 23 gare a Miami. In totale, 105 partite NBA in carriera. Fu scelto davanti a Kevin Durant per un motivo, ma non ebbe mai la possibilità di dimostrarlo davvero.

I rimpianti più grandi: da Yao Ming a Bill Walton

Yao Ming, con i suoi 229 centimetri, un tocco sopraffino (85.9% ai liberi nelle ultime sei stagioni) e un appeal globale senza precedenti, fu una vera e propria icona mondiale. Dominò buona parte degli anni Duemila, ma i problemi a piedi e caviglie emersero presto. Nel suo quadriennio più produttivo non raggiunse mai le 60 presenze di media a stagione, e a 30 anni la sua carriera era già finita.

Portland merita un capitolo a parte in questa storia di sfortune. Oltre a Oden, i Trail Blazers persero prematuramente anche Brandon Roy, uno dei più eleganti realizzatori dalla media distanza e playmaker sottovalutati della sua epoca. Vinse il Rookie of the Year nel 2006-07 e ottenne due selezioni All-NBA, ma già alla quarta stagione i problemi cronici alle ginocchia ne limitarono la disponibilità. Una grave osteoartrite pose fine alla sua carriera ben prima dei 30 anni.

Derrick Rose rappresenta forse il caso più emblematico: il più giovane MVP della storia NBA nel 2010-11. La stagione successiva fu funestata da infortuni multipli, e nella prima partita di playoff si ruppe il legamento crociato anteriore, cambiando per sempre la traiettoria della sua carriera. L’esplosività che lo rendeva unico tra le guardie della lega venne in gran parte cancellata. Rose seppe reinventarsi come tiratore più affidabile dall’arco e contese persino qualche premio di Sesto Uomo dell’Anno, ma non si avvicinò mai più alla magia di quella stagione da MVP.

Anfernee “Penny” Hardaway sembrava il candidato naturale a raccogliere lo scettro di Michael Jordan quando MJ lasciò la NBA per il baseball. Playmaker dinamico, facilmente commercializzabile, primo quintetto All-NBA già al secondo anno e finalista NBA prima dei 24 anni grazie anche a Shaquille O’Neal. Un ibrido tra Jordan e Magic Johnson alto 201 centimetri. Ma dopo una collisione con Joe Dumars nei playoff del 1996, un intervento che doveva tenerlo fuori poche settimane innescò una valanga di problemi: sei operazioni in diversi anni, inclusa una microchirurgia nel 2000. Non tornò mai sulla traiettoria che avrebbe potuto portarlo a MVP e titoli.

Grant Hill è il giocatore che, da sano, avrebbe potuto anticipare ciò che LeBron James è poi diventato. Dopo una carriera leggendaria a Duke, entrò in NBA come All-Star immediato, con medie nella seconda e terza stagione di 9.4 rimbalzi e 7.1 assist: un’ala-playmaker come la lega non aveva praticamente mai visto. Una caviglia rotta nel 2000 diede il via a una serie di interventi chirurgici — undici in totale — e persino un’infezione da stafilococco. Hill merita enorme credito per essere tornato a essere un contributo importante per i Phoenix Suns a metà dei suoi trent’anni, giocando oltre 80 partite per tre stagioni consecutive e scendendo in campo persino a 40 anni.

In cima alla classifica c’è Bill Walton. Nelle sue stagioni migliori, tra il 1975-76 e il 1977-78, mise insieme numeri straordinari: 18 punti, 13.7 rimbalzi, 4.3 assist e 2.5 stoppate di media, vincendo il premio di MVP delle Finals nel 1977 e l’MVP della regular season nel 1978. Il suo livello tecnico e la sua intelligenza difensiva lo rendevano una sorta di ibrido tra Nikola Jokić e Rudy Gobert.

Bill Walton è il miglior giocatore per un grande uomo che abbia mai giocato a basket.

Così lo definì Gene Shue, allenatore dei Philadelphia 76ers, dopo che Walton aveva appena chiuso le Finals con 18.5 punti, 19.9 rimbalzi, 5.2 assist e 3.7 stoppate di media contro la sua squadra. I problemi cronici a schiena, ginocchia e piedi — iniziati addirittura prima del suo anno da rookie — lo relegarono però a una media di appena 28.8 presenze a stagione nella seconda parte di carriera. Riuscì comunque a reinventarsi, vincendo il premio di Sesto Uomo dell’Anno e un secondo titolo con i Boston Celtics. Ma senza quegli infortuni, Walton sarebbe probabilmente considerato tra i primi 10-15 giocatori della storia della NBA.

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