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Recalcati: “Basket in crisi? Servono riforme e coraggio”

Il dibattito sullo stato di salute della pallacanestro italiana — riaperto dalle riflessioni di Dan Peterson sulla carenza di giovani talenti e sulle difficoltà della Nazionale — trova in Carlo Recalcati una voce autorevole e fuori dal coro. L’ex CT azzurro e icona di Cantù, in un’intervista a La Provincia, analizza le criticità del movimento offrendo una lettura lucida, che parte da una premessa fondamentale: per rilanciare il basket italiano non servono impegni di facciata o scorciatoie normative, ma riforme coraggiose capaci di incidere sulla sostanza.

Sulla questione dell’utilizzo dei giocatori italiani, Recalcati prende nettamente le distanze dall’idea di imporre tetti minimi obbligatori a referto:

“Personalmente detesto le imposizioni, perché finiscono per creare ulteriori squilibri. Si pensi alle formazioni impegnate nelle coppe europee, che non avendo questi vincoli all’estero, rischierebbero di trovarsi sbilanciate rispetto al campionato.

Inoltre, c’è il tema di chi considerare “italiano”: avere a referto sei giocatori nazionali di cui solo tre realmente formati nei nostri vivai non porta alcun vantaggio alla Nazionale. Un conto è costringere a metterli a referto, un altro è farli giocare”.

Per incentivare davvero l’impiego dei talenti nostrani, la soluzione va ricercata nel valore economico del merito. Recalcati richiama la sua proposta:

“Già all’epoca della Nazionale avevo presentato delle idee che ritengo ancora valide, basate non sull’obbligo ma sull’incentivazione economica per i club che valorizzano i nostri atleti. Serve però il coraggio di portare avanti riforme impopolari, consapevoli di andare contro qualcuno.

L’idea era di istituire un fondo, magari supportato da uno sponsor dedicato, per premiare l’impiego degli italiani. La Federazione avrebbe stanziato una quota base, mentre i club avrebbero contribuito in proporzione all’utilizzo degli stranieri. In questo modo si sarebbe attribuito un valore economico reale a ogni singolo minuto giocato dai nostri ragazzi, anche se ovviamente una proposta del genere avrebbe generato polemiche”.

Spesso però non sempre chi vara le riforme poi ne raccoglie i frutti, ed i motivi sono degli ostacoli che Recalcati elenca in maniera precisa:

“Se queste idee faticano a tradursi in realtà, la causa risiede nella natura stessa del sistema politico sportivo. Le riforme strutturali richiedono anni prima di mostrare i propri frutti, e raramente chi le promuove ne raccoglie i benefici nell’immediato; per questo manca spesso la forza politica di procedere senza la certezza del consenso.

A questo ostacolo si aggiunge il problema della visibilità media: il confinamento del basket sulle piattaforme a pagamento garantisce la fruizione agli appassionati storici, ma impedisce di catturare nuovo pubblico. La trasmissione in chiaro sia indispensabile per generare curiosità ed emulazione tra i più giovani”.

C’è poi il tema della crisi dei tesseramenti giovanili, dovuto per l’ex CT sia all’aumento dei costi che alla scarsità delle infrastrutture:

“Tutto ruota attorno ai costi delle strutture. Fare basket nelle scuole è oneroso perché mancano gli impianti. Se aumentassimo il numero delle palestre, i costi di gestione si abbasserebbero, le società pagherebbero meno e, di conseguenza, più famiglie avrebbero la possibilità economica di far praticare questo sport ai propri ragazzi”.

Infine Recalcati sottolinea l’importanza di cambiare il livello dei format di campionato, soprattutto in A2, suggerendo alcune soluzioni:

“Quando mi proposero di fare il presidente federale nel 2008 rifiutai proprio perché, pur avendo delle idee, capii di non avere gli strumenti concreti per andare avanti.

Una di queste, ad esempio, riguardava il campionato di A2: per riequilibrare gli impegni tra chi fa le coppe e chi gioca meno, si potrebbe sperimentare un torneo diviso a conference stile NBA, valutando le classifiche in base alle percentuali di vittorie e sconfitte. Le idee ci sono, ma serve la forza politica di procedere indipendentemente dal consenso”.

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