Steve Kerr non lascia. Il coach dei Golden State Warriors ha raggiunto un accordo di principio per un rinnovo biennale che lo terrà sulla panchina della franchigia californiana fino al termine della stagione 2027-28. Un’intesa che mette fine a settimane di speculazioni sul suo futuro e stabilizza un’organizzazione che affronta un’offseason tutt’altro che semplice.
La trattativa, i dubbi e la decisione
Kerr aveva scelto di non firmare un’estensione prima dell’inizio della stagione, preferendo lasciare che l’anno facesse da cartina tornasole. La risposta sembrava orientata al rinnovo, ma le ultime parole pronunciate durante la sconfitta decisiva contro i Phoenix Suns nel Play-In — che hanno posto fine alla stagione Warriors il 17 aprile — avevano riaperto ogni scenario. Rivolgendosi a Stephen Curry e Draymond Green, Kerr aveva detto: “Non so cosa succederà, ma vi voglio bene. Grazie.” Parole che, catturate dalle telecamere, avevano alimentato ogni tipo di interpretazione.
Nei giorni successivi Kerr aveva incontrato il proprietario Joe Lacob e il general manager Mike Dunleavy per valutare insieme la direzione del progetto. Molti nello staff si erano già preparati mentalmente a un cambio. Poi il momentum è girato: le conversazioni sono andate avanti, i toni sono diventati più costruttivi, e sabato è arrivato l’accordo. Kerr, 60 anni, rimarrà il coach più pagato della NBA — il suo precedente contratto era da 17,5 milioni di dollari all’anno, con Erik Spoelstra di Miami secondo a 15 milioni.
Un’eredità costruita con Curry, un futuro ancora da scrivere
La stagione 2026-27 sarà il tredicesimo anno di Kerr sulla panchina dei Warriors, la più lunga e vincente della storia della franchigia. Quattro titoli NBA, sei finali, un record di 604-353 e il sesto miglior winning percentage della storia tra i coach con almeno 500 partite dirette. Era arrivato nel 2014 senza alcuna esperienza da allenatore, prendendo il posto di Mark Jackson. Quello che è venuto dopo appartiene alla storia recente del basket americano.
Il rapporto con Curry — che Kerr ha più volte descritto come il giocatore più “gioioso” con cui abbia mai lavorato — è stato esplicitamente indicato dallo stesso coach come uno dei fattori della sua scelta. Con Curry che ha compiuto 38 anni e ha saltato oltre due mesi di stagione per un problema al ginocchio, la domanda sulla sostenibilità del progetto è legittima. A essa si aggiungono le incognite su Green, che deve decidere se esercitare una player option da oltre 27 milioni, e su Jimmy Butler, atteso fuori per buona parte della prossima stagione dopo la rottura del legamento crociato di gennaio. Moses Moody sarà anch’egli ai box per la rottura del tendine rotuleo subita a marzo.
