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Home NBA

Come contrastare il Tanking in NBA?

giacomo.brogi by giacomo.brogi
9 Apr 2026
in NBA
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NBA Combine

Credits IPA Agency

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Il tanking nell’NBA non è una novità, ma negli ultimi anni ha assunto delle proporzioni irreali. Giocatori, allenatori e dirigenti ne parlano apertamente, con una consapevolezza diffusa che questa pratica sia al tempo stesso dolorosa e, spesso, razionalmente conveniente. La domanda che la lega si trova ad affrontare è semplice nella forma ma complicata nella sostanza: fino a quando si può tollerare?

Il meccanismo è noto. Le franchigie che perdono con continuità ottengono migliori probabilità alla lotteria del Draft, aumentando le chance di selezionare un giocatore potenzialmente trasformativo. Il problema è che questo incentivo strutturale spinge alcune organizzazioni a costruire roster deliberatamente deboli, sacrificando stagioni intere — e la qualità dello spettacolo — in nome di un progetto a lungo termine.

Quando perdere diventa una strategia

Quello che rende il fenomeno particolarmente complesso è che non si tratta di una scelta irrazionale. Dal punto di vista della costruzione di una squadra, il tanking ha prodotto risultati concreti: diverse franchigie hanno ribaltato la propria situazione proprio grazie a scelte alte al Draft ottenute attraverso stagioni di sconfitte programmate. Vengono in mente le  stagioni 20/21 e 21/22 dei Thunder, o, più o meno nello stesso periodo, Houston e Detroit, che adesso hanno roster altamente competitivi con tanti giovani prospetti. È questa efficacia dimostrata a renderlo difficile da estirpare.

Chi vive il tanking dall’interno — giocatori chiamati a scendere in campo sapendo che l’obiettivo organizzativo non è vincere, allenatori costretti a gestire roster svuotati, dirigenti che devono comunicare una visione pluriennale ai tifosi — descrive un’esperienza logorante. «È doloroso, ma ne vale la pena»: questa sintesi, che circola tra chi ha attraversato processi di ricostruzione, dice tutto sulla natura contraddittoria del fenomeno.

La lega ha già tentato di arginare il problema intervenendo sulle regole della lotteria, appiattendo le probabilità per ridurre il vantaggio delle squadre con i peggiori record. Ma l’effetto non è stato risolutivo: le franchigie hanno semplicemente adattato le proprie strategie, distribuendo le perdite su più stagioni o costruendo roster tecnicamente competitivi ma privi di reale ambizione.

Un problema senza soluzione semplice

Il nodo centrale è che qualsiasi intervento strutturale rischia di creare nuove distorsioni. Limitare i premi per le peggiori squadre potrebbe penalizzare le franchigie genuinamente in difficoltà, non solo quelle che perdono per scelta. Introdurre meccanismi alternativi di assegnazione dei pick aprirebbe altri scenari imprevedibili.

Nel frattempo, la pratica continua a espandersi e a diventare più esplicita. Quello che un tempo era un processo condotto con una certa discrezione oggi viene quasi rivendicato pubblicamente da alcune organizzazioni, che lo presentano come un percorso di sviluppo pianificato. La lega si trova quindi a dover rispondere a una sfida che è insieme sportiva, economica e di immagine, in un momento in cui la competitività del prodotto sul campo è centrale per mantenere l’attenzione di un pubblico sempre più frammentato.

Se esista una soluzione efficace e condivisa, al momento, non è chiaro. Quello che è certo è che il dibattito interno alla NBA è più acceso che mai.

Tags: Adam Silverbasket NBATanking NBA
giacomo.brogi

giacomo.brogi

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