I Chicago Bulls 2025-26 sono paradossalmente rassicuranti. Non hanno un giocatore franchigia, non fanno nulla di particolarmente rivoluzionario, eppure riescono a essere, in un modo o nell’altro, rilevanti. Non abbastanza da fare irruzione tra le top della Lega, ma troppo solidi per crollare. Non spettacolari, ma quasi sempre competitivi. È la loro più grande virtù, e al tempo stesso la loro maledizione.
La squadra di Billy Donovan ha aperto la stagione quasi come un’anomalia statistica: un 6-1 costruito su rimonte improbabili, difese d’élite nei minuti finali e un’efficienza “clutch” da contender. Un’anomalia, appunto, ma anche la prova che questi Bulls sanno come stare dentro le partite, come portare in campo ogni sera una versione credibile di se stessi.
Poi sono arrivate tre sconfitte consecutive, e il mondo è tornato a ruotare sul proprio asse. Giannis, Donovan Mitchell e Victor Wembanyama, tre giocatori che rappresentano la dimensione a cui Chicago non può accedere, hanno ricordato che alla fine, in NBA, la differenza la fanno le stelle. E quando non ne hai, finisci per essere quello che i Bulls sono ormai da anni: un collettivo solido, disciplinato, capace di lottare fino all’ultimo ma destinato a piegarsi davanti al talento superiore.
Queste sconfitte hanno fatto tornare i Bulls al ruolo di storia narrata sottovoce, a margine del grande libro che è una stagione NBA. Non c’è un obiettivo preciso se non “crescere”, come ripete spesso il front office. Non c’è un piano chiaro, se non quello di restare a galla. Eppure, in mezzo al grigiore, si stanno iniziando a intravedere trame interessanti, anche per gli standard di Chicago.
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