IL PRESENTE DI GIDDEY, IL FUTURO DI MATAS?
Josh Giddey fin qua sembra una scommessa decisamente vinta. E’ stato il principale catalizzatore offensivo della squadra, un playmaker anacronistico che vive di ritmo e fisicità più che di tiro. Le sue cifre non raccontano solo di un giocatore in fiducia, ma di un sistema di gioco che si sta affidando completamente alle sue caratteristiche, premiando al massimo la condivisione del pallone. I Bulls sono terzi in NBA per “assist ratio”, e primi per percentuale di triple assistite (un vertiginoso 95.6%): praticamente ogni tiro da tre nasce da un passaggio ben eseguito. Nessuna squadra si affida tanto alla coralità offensiva quanto Chicago, e questo dice tutto sulla loro idea di gioco.
Giddey gioca un ruolo centrale in questo. E’ perfetto per tenere alti i ritmi e attacca il ferro come nessun giocatore dei Bulls faceva da tempo: quinto in NBA per drives a partita (17.2, davanti a Doncic e Ja Morant, per fare due nomi). Batte l’uomo, crea vantaggi, mette la palla in rotazione ed è la miccia che innesca tutta quella percentuale di tiri assistiti. Ma al contempo mette una pressione al ferro notevole per le difese avversarie: è il giocatore di Chicago che prende nettamente più tiri di tutti in area (quasi 11 a partita) e la ragione principale per cui i Bulls creano quasi il 50% (46.8 per la precisione) dei propri punti nel pitturato, quarti in NBA.
Il problema è che quando questo meccanismo si blocca, non c’è un piano B. I Bulls sono ultimi per punti su pull-up (10.0) e ultimi per triple non assistite (4.4%): in pratica, nessuno in questo roster è in grado di crearsi un tiro dal palleggio. È una squadra che vive e muore con il collettivo, e quando l’avversario ha un Giannis o un Wemby che può inventare dal nulla, la differenza emerge prepotentemente.
Attorno a Giddey, la squadra si muove come un meccanismo ben lubrificato, ma senza scintille. Matas Buzelis, il rookie di cui Chicago dovrebbe innamorarsi, incarna perfettamente questo scenario: è uno dei giocatori più efficaci dei Bulls nel muoversi senza palla, ma fatica a crearsi un tiro dal palleggio. Contro Milwaukee ha chiuso con 20 punti e 8 rimbalzi; contro Cleveland, due giorni dopo, appena 4 in 18 minuti. È ancora un pendolo tra entusiasmo e spaesamento, tra talento e inesperienza.

Dopo una stagione da rookie fatta di lampi e incertezze, il sophomore lituano ha compiuto un passo avanti evidente. In dieci partite sta viaggiando a 14.3 punti, 4.9 rimbalzi e oltre il 55% dal campo, numeri che raccontano un giocatore più sicuro, più a suo agio nel flusso offensivo di Billy Donovan. Ha aggiunto muscoli e fiducia, ma il corpo non sempre regge l’urto contro giocatori più fisici.
Donovan lo sprona e lo punisce allo stesso tempo, tenendolo spesso in panchina nei finali di gara per le sue rotazioni difensive tardive e la tendenza a commettere falli. Lo tratta come si fa con chi può diventare speciale: lo ferma quando sbaglia, lo rimette dentro appena dimostra di aver imparato. E Buzelis non si lamenta, anzi: accetta la lezione, consapevole che la sua crescita passa anche da questo. Il problema è che, nei momenti decisivi, l’assenza della sua energia offensiva e della sua capacità di aprire il campo si sente.
Ma quando lo vedi correre in transizione, elegante e leggero, capisci perché Chicago crede in lui. “Se guardiamo dov’era l’anno scorso e dove è oggi, è come confrontare la notte col giorno”, ha detto Donovan dopo una delle sue migliori prestazioni stagionali.
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