UNA SQUADRA SOSPESA: NE RICOSTRUZIONE, NE AMBIZIONE
Attorno c’è una rotazione profonda ma senza picchi: Ayo Dosunmu, Tre Jones, Kevin Huerter, Isaac Okoro, Jalen Smith, Nikola Vučević. Tutti affidabili, nessuno imprescindibile. Un gruppo di giocatori che sarebbero sesti o settimi uomini di rotazione eccellenti in una squadra di alto livello.
Eppure per lunghi tratti funziona. Chicago gioca con ritmo, muove il pallone, difende meglio – o meno peggio – di quanto i nomi lascino immaginare. Hanno impatto a rimbalzo (terzi per percentuale di rimbalzi difensivi catturati, 73.1%) e una disciplina notevole nel non commettere falli. Non sono belli, ma riescono ad essere efficaci.
Ma anche nella metà campo difensiva manca il quid per fare il salto di qualità. Sono penultimi per palle vaganti recuperate (3.9) e ultimi per percentuale di palle perse forzate dagli avversari (11.6%). Difendono con ordine, ma non spezzano il ritmo agli avversari.
È il loro modo di stare al mondo: non imponendosi, ma resistendo. La loro mediocrità non sembra accidentale, ma quasi studiata. Come se la normalità, in una lega ossessionata dall’eccesso, possa essere una forma di vantaggio competitivo.
The endless cycle of being a Bulls fan pic.twitter.com/ItYmAonfkU
— Die-Hard Chicago Bulls Fans (@DieHardCBfans) November 13, 2025
Nelle ultime stagioni, Artūras Karnišovas ha costruito un’identità involontaria: quella di una squadra che non si rompe mai, ma lo fa al costo di non evolversi mai per davvero. La cessione di DeMar DeRozan la scorsa estate ha chiuso un’era, ma non ne ha aperta davvero un’altra. Chicago ha scelto di non scegliere. Nessun tanking, nessuna ricostruzione, solo continuità. “Competitive rebuild” suona bene nei comunicati stampa, ma nella realtà è solo un modo elegante per dire che non si ha il coraggio di ricominciare da zero.
Il prossimo mese di partite dirà molto sul futuro di Chicago. Il calendario si alleggerisce, Coby White – altro giocatore che potrà dare pericolosità in penetrazione – e Zach Collins stanno per tornare, e i Bulls hanno l’occasione di trasformare le buone intenzioni in qualcosa che abbia un impatto reale in classifica. Tankathon li proietta con il calendario più facile dell’intera NBA da qui in avanti: avendo giocato solo una decina di partite conta quel che conta, ma di sicuro i Bulls hanno un’opportunità per rendere speciale questa stagione.
Ma resta la domanda sospesa che accompagna ogni vittoria e ogni sconfitta: cosa stanno costruendo davvero? Ogni successo senza un progetto chiaro è solo una distrazione temporanea. Ogni sconfitta, per quanto onorevole, un monito. Chicago non ha ancora deciso se essere una squadra giovane che cresce o una squadra adulta che punta al cielo. E finché non lo farà, resterà intrappolata nel mezzo: troppo orgogliosa per crollare, troppo limitata per sognare.
In un mondo NBA dominato dalle narrative di grandezza, i Bulls offrono un contrappunto curioso: l’idea che giocare bene, anche senza un fine più grande, possa avere un valore in sé.
Joakim Noah, recentemente tornato allo United Center da spettatore, ha probabilmente spiegato questa idea: “Si sente entusiasmo. È bello vedere una squadra che gioca insieme.”
Forse, in fondo, questo è tutto ciò che Chicago può essere oggi. Non un’avanguardia, non un disastro. Solo una squadra che gioca bene a basket, ogni tanto. Che non ha stelle, ma ha ancora un’anima. E in un NBA che a volte si muove troppo in fretta, questa può sembrare quasi una rivoluzione.





