ATTACCO
“Playmaking big” in G League, in un contesto tecnico e atletico inferiore a quello che troverà in EuroLeague. “Stretch big” (“lungo che apre il campo”) nel primo triennio NBA, poi tiratore sugli scarichi e, nell’ultimo capitolo ai Pistons, addirittura “slashing wing” (“ala piccola tagliante e con movimento sul perimetro): l’evoluzione di Metu è ben fotografata dai cluster nei quali Synergy lo ha incluso a seconda delle varie annate in carriera. Da lungo con palla in mano a esterno con letture off ball, la metamorfosi del nigeriano apre molti scenari sul suo possibile utilizzo in EuroLeague.
La costante, in tutte le lineup che anche il Barcellona potrà schierare includendo Metu, è che il nigeriano non è da considerarsi un giocatore interno. O meglio: le gambe per essere un fattore oltre il ferro – quindi vicino a canestro – sono di primissimo livello, ma sono utilizzate dall’ex USC per crearsi un vantaggio fuori dal pitturato ed eventualmente concretizzarlo in vernice. Metu è un’ala grande/centro per cui il ferro non è la prima opzione offensiva, avvicinabile preferibilmente con un taglio sulla linea di fondo partendo dall’angolo o con un drive contro dei 5 poco mobili. La sensibilità di tocco in avvicinamento non è eccelsa, ma il nigeriano non esclude di tentare la conclusione sia di mano forte che di mano debole: nel 2022/23 a Sacramento, Metu è stato nell’85° percentile NBA per incisività sui tagli – 1.493 PPP, nella situazione offensiva di gioco che lo vedeva maggiormente coinvolto (22.8% dei possessi).
Ciò che rende Metu un giocatore offensivo con pieno diritto di cittadinanza in EuroLeague, tuttavia, è il tiro dalla distanza. La combinazione tra altezza del rilascio – non alla Mirotic o alla Voigtmann, ma poco ci manca -, velocità di caricamento e fluidità del movimento lo rendono un profilo assai completo e utilizzabile in più situazioni: nel penultimo span in NBA con Phoenix, Metu è stato nell’89° percentile per efficacia nei jumper contestati (1.23 PPS), avvicinato dall’81° (1.14 PPS) di Detroit a fine 2023/24.
In contesto di isolamento statico o di scarico con la difesa mossa, Metu era un’ala dalla tripla piedi per terra difficilmente contestabile in NBA, figuriamoci coi corpi di EuroLeague. Nell’ultima stagione non è praticamente mai stato utilizzato in situazioni di consegnati: se immaginarlo come protagonista di set lontani dalla palla uscendo dai blocchi è complicato, qualche situazione in cui trae beneficio dal blocco sulla palla del portatore dell’hand off – Jan Vesely è uno dei maestri di EL in materia – aggiungerebbe ulteriore pericolosità a un tiratore a proprio agio anche in motion.
Movimento non significa – almeno agli alti livelli di EuroLeague a cui i blaugrana ambiscono – creazione di separazione tramite l’handling: il palleggio di Metu è molto simile a quello di un “normale” 2.08 mt, alto e tendente a sfuggire dal controllo, soprattutto se a velocità elevate o in spazi stretti. Se il primo passo mettendo palla a terra è un fattore contro avversari anche più stazzati ma meno mobili – signature move: attaccare la linea di fondo con mano esterna, abbassare la spalla interna e concludere prima dell’aiuto da lato debole -, in situazioni di cambio con marcatori più piccoli o dinamici Metu soffre l’aggressività sul perimetro e “le mani addosso”.
Ricordiamo la prestazione contro l’Italia a Tokyo 2020 (22 punti, 6/7 da 3) perché l’accoppiamento con Polonara permetteva all’africano di non subire una pressione costante sul perimetro ed eseguire i vari movimenti di relocation oltre l’arco, non portando il confronto personale su binari del contatto sporco e costante che tanto lo avrebbe penalizzato.
Non esattamente un creatore primario, ma esiziale nell’attaccare un recupero
Se, soprattutto nei contesti NBA nei quali ha vissuto le ultime stagioni – Sacramento con Fox (Metu era principalmente riserva di Sabonis, con ben altre caratteristiche), Booker con la partecipazione straordinaria di Durant e Beal a Phoenix e il rientrante Cunningham a Detroit -, a Metu non è mai stato chiesto di ampliare il proprio bagaglio tecnico in palleggio, discorso parzialmente diverso vale per il passing game. Le superficialità tecniche permangono, soprattutto nell’esecuzione di entry pass per le ricezioni spalle a canestro dei compagni, ma Metu non è da considerarsi un passatore altrettanto negativo: il 27enne non è affetto da tunnel vision e ricerca i compagni con una volontà superiore alle qualità che gli appartengono.
Tutti gli altri aspetti che potrebbero allontanare Metu dall’etichetta di soft non lo fanno abbastanza: non essendo assolutamente un rollante (con la Nigeria, tra Mondiali e Olimpiadi, era costantemente in campo con Udoh o Okafor, deputati a prendere vantaggi internamente), nemmeno la qualità e la graniticità dei blocchi portati è di un livello superiore, così come la presa di posizione per i rimbalzi offensivi, guadagnati principalmente per un vantaggio dinamico ottenuto dalla partenza sul perimetro. Non è un 4/5 che prende posizione sigillando il difensore dietro di sé in transizione, ma anche nei primi secondi dell’azione (parziale mascheramento del non avere “il cronometro in testa”, come dimostrato dalle diverse palle perse allo scadere dei 24″ senza concludere in tempo il possesso) la scelta più istintiva è quella di sfruttare un tiro potenzialmente immarcabile, soprattutto se non disturbato prima della ricezione.





