Per una volta chiudiamo un occhio. Fingiamo di non esserci accorti che, sul primo tabellino NBA della storia, ci sia il nome di una città canadese affiancato al tipico nickname di stampo anglosassone. Facciamo finta di non considerare Hank Arcado Biasatti, ventisettenne dalle chiare origini lombarde, primo straniero della storia NBA con la maglia dei Philadelphia Warriors del 1949. Nient’altro che eccezioni che confermano una regola: per decenni l’NBA, nelle sue varie sigle e forme, è caratterizzata dall’esclusiva presenza di squadre statunitensi. Anche una Lega votata per indole alla continua espansione ha vissuto momenti davvero critici da un punto di vista economico e d’immagine. Abbattere troppo velocemente alcuni bias culturali e geografici, forzando la mano della Storia, avrebbe compromesso ciò per cui la conosciamo oggi. Una sferzata di aria nuova, altresì chiamata Eighties, riporta in auge discorsi di allargamento a nuove società e nuovi mercati all’interno del panorama americano. Un tale col numero 23 non fa altro che catalizzare il fenomeno, facendolo precipitare storicamente a metà degli anni ’90. Il progetto era chiaro dall’inverno del 1993, ma per attenderne la realizzazione bisogna aspettare ancora un anno. Stagione 1994-1995. Vancouver Grizzlies e Toronto Raptors. Prime società non americane ammesse al Gran Gala del basketball americano. Here’s the kicker.

Non vi abbiamo ancora convinti, vero? Comprensibile. Citando Barney Stinson, protagonista di HIMYM e grande intellettuale del nostro tempo, il Canada risulta ai nostri occhi come “una nazione che esiste, ma con perenne difficoltà”. L’ingombrante presenza del colosso a stelle e strisce ne oscura endemicamente la luce emanata dalle ampie distese di conifere e dall’animo gentile dei suoi abitanti. Endemicamente, la forza centripeta dei cugini del Sud attrae caratteri e connotati migliori anche degli agenti a essa vicini. Endemicamente, lo stereotipo del Canada nazione interessata e capace di praticare solamente hockey su ghiaccio viene trasmesso nel Novecento in tutto il mondo. Così facendo, il rischio è di sottovalutare la portata storica dell’influenza canadese per lo sviluppo del basket americano. Non si può definire il “Grande e Freddo Nord” come una Basketball Nation, ci mancherebbe. Anche i Simpson lo gridano a gran voce: se anche quella mezza calzetta di Milhouse riesce ad arrivare in Nazionale, tutti abbiamo una speranza nella vita. Su questo non ci piove (al massimo ci nevica): lo sport nazionale canadese si gioca con mazza e dischetto. Se si analizzano i dati più recenti, però, balza all’occhio come in Canada in generale e nelle aree metropolitane in particolare, l’afflusso di famiglie e influenze international abbia portato dei cambiamenti necessari quanto inaspettati.
Tutti abbiamo impresse le immagini dell’impressionante folla assiepata davanti ai maxischermi di Jurassic Park durante le NBA Finals 2019. Migliaia e migliaia di canadesi rumorosissimi, increduli e ansimanti, in attesa di una nuova giocata e di un altro miracolo sulla sirena di Kawhi Leonard e soci. Che i Toronto Raptors siano la prima franchigia non statunitense ad aver vinto l’anello NBA, se siete arrivati sino a qui, pensiamo sia superfluo sottolinearlo. Immaginare che Adam Silver e compagnia possano aprire le porte a nuove realtà oltreconfine in sostituzione o in aggiunta a bacini d’utenza e mercati interni poco redditizi (ogni riferimento a Charlotte e Oklahoma City è puramente voluto) nel corso del prossimo futuro non corrisponde a ipotesi fantascientifiche. Non è stata sufficiente la sfortunata parentesi quinquennale dei Vancouver Grizzlies, trasferitisi nel 2001 tra le più sicure mura della città di Elvis, a scoraggiare il dilagare della passione per la pallacanestro portata dai canadesi di seconda generazione nei playground di periferia. NBA Draft 1998, “Vince Carter Effect” e NBA Slam Dunk Contest 2000 hanno fatto il resto. Se la Lega vuole ritrovare, in tempi post pandemici, nuovi stimoli e risorse senza dover salpare in acque oceaniche, è sufficiente che alzi gli occhi e dia un’occhiata up North. Coup de theatre.
