Immaginate avere in squadra un ex Mvp, miglior realizzatore della lega per tre anni consecutivi, due volte miglior assistman della lega, terzo miglior realizzatore da tre nella storia della NBA, inserito anche nella classifica dei migliori 75 giocatori della storia della lega, all’età di 34 anni. Cederlo sembrerebbe una mossa folle. Immaginate addirittura di migliorare il vostro reparto delle guardie, proprio grazie a questa cessione: impossibile. Eppure è quello che è accaduto ai Philadelphia 76ers.
Proprio così: a Phila senza Harden si festeggia, eccome. Per capire cos’è successo, però, bisogna tornare un po’ indietro. Come sappiamo, dopo la scorsa estate la permanenza di Harden a Philadelphia era diventata tutt’altro che piacevole. A causa della rottura con Daryl Morey si era creato un clima di astio fra giocatore e proprietà, il quale rischiava di nuocere anche all’atmosfera generale dell’ambiente. La partenza del “Barba” è stata quindi necessaria. I Sixers hanno ceduto Harden, PJ Tucker, Filip Petrusev e una scelta al primo giro del Draft 2027, il tutto in cambio di Robert Covington, Nicolas Batum, Marcus Morris, Kenyon Martin Jr., una scelta al primo giro del Draft 2026, una scelta non protetta al primo giro del draft 2028, due scelte al secondo giro dei draft 2024 e 2029 e una pick swap.
Abbiamo già parlato di chi ha guadagnato dalla trade ma ora, col senno di poi, possiamo valutare in maniera leggermente più chiara le mosse delle due squadre.
Capitolo Philadelphia
Primo posto a Est, miglior record della lega e una serie di vittorie molto convincenti, una delle quali contro i Celtics, anch’essi protagonisti di un ottimo inizio di stagione e papabilissimi contendenti per un posto nelle Finals di quest’anno. Tutti segnali più che positivi per Phila che si trova adesso in un ambiente insolitamente sereno, privo di telenovele infinite come quelle di Ben Simmons e James Harden che hanno pervaso la città dell’amore fraterno per troppo tempo. Ora finalmente c’è un’ambiente felice e collaborativo, come ha detto anche Joel Embiid, che in un’intervista non si è fatto mancare la frecciatina ad Harden.
Nessuno ha un ego in questa squadra. Abbiamo ragazzi nuovi, li abbiamo inclusi, li abbiamo portati alla nostra stessa velocità. Penso che il fatto che ci siano ragazzi che vogliono giocare assieme e a cui piace stare assieme aiuti molto. I ragazzi sono altruisti, la palla si muove indipendentemente dal fatto che i tiri vadano a segno o meno.
Un ambiente “nuovo”
A Philadelphia non avere problemi fa quasi strano. Per tanti anni sono stati abituati a controversie di ogni tipo che per un motivo o per l’altro bloccavano il “Process” che i fan aspettano da tanti anni. Abbiamo visto e rivisto telenovele (cestistiche e non solo) che a Phila sembravano ormai avere il loro habitat naturale. Ora, se dovessimo scegliere una serie-tv per descrivere il momento attuale dei Sixers, non ci sarebbe titolo più appropriato di “It’s always sunny in Philadelphia”, almeno ora che è partito Harden. L’addio dell’ex Rockets da la sensazione di aver liberato la franchigia di un macigno davvero pesante, tanto per l’effettivo ingombro del giocatore quanto per la sensazione che si stesse per ripetere per l’ennesima volta un copione visto e rivisto da queste parti.
Il Barba ai 76ers spesso si trovava a gestire per tempi prolungati un attacco molto statico e caratterizzato da ritmi tutt’altro che incalzanti. Al contrario, adesso che le chiavi dell’attacco stanno nelle mani di Maxey, l’attacco di Phila ne è uscito rivoluzionato: il P&R fra Embiid e Maxey funziona, ma è comunque meno utilizzato in favore di una circolazione più veloce e più coinvolgente; i ritmi sono più alti, favoriti da una difesa solida che porta i Sixers al secondo posto nella lega per Net Rating.





