HomeNBANBA, Philadelphia 76ers: Trust the (new) Process!

NBA, Philadelphia 76ers: Trust the (new) Process!

3 Ottobre e 2 Novembre. In un anno destinato ad essere inserito ben presto nella memoria collettiva, queste due date rischiano di segnare uno spartiacque decisivo per il futuro prossimo di una delle franchigie NBA seguite più calorosamente anche al di fuori dei confini nazionali. I Philadelphia 76ers, in meno di un mese, optano per ribaltare per l’ennesima volta nell’ultimo decennio l’organigramma dirigenziale e tecnico, affidando la panchina a Glenn Anton Rivers, per gli amici Doc, e nominando Daryl Morey “President of Basketball Operations”. Il proprietario Joshua Harris decide così di affidare due posizioni chiave a personaggi allo stesso tempo navigatissimi e visionari, relegando Elton Brand, eletto capro espiatorio degli errori delle annate precedenti, al ruolo di General Manager. Rispetto alla gestione Hinkie e alla presenza sul pino di Brett Brown, il potere decisionale dell’ex ala grande di Clippers e 76ers risulta e risulterà assai ridimensionata. E, a giudicare dai primi esiti, forse è giusto così.

Disclaimer: i primi convinti che i dividendi di una gestione oculata del capitale finanziario e umano a disposizione si potranno vedere solo nel corso degli anni sono proprio Rivers e Morey. “Embiid e Simmons non possono coesistere”. “Joel è più attento ai social che a curare adeguatamente il proprio corpo”. “Finché Simmons non mette su un tiro decente non potrà mai sfondare in NBA”. Entrambi ne hanno passate troppe per illudersi che, con uno schiocco di dita, tutto possa magicamente trovare il tanto desiderato equilibrio. A maggior ragione in una piazza il cui slogan, ripetuto ossessivamente nel corso degli anni, è Trust the Process. Eppure, sin dal giorno 1 dei rispettivi insediamenti, i nuovi arrivati non hanno potuto esimersi dall’esprimere il massimo entusiasmo per le enormi potenzialità di cui gode il progetto tecnico dei Sixers. Philly la conosciamo bene. I pro e, soprattutto, i contro sono annosi e arcinoti. Ma perché ci fidiamo ancora?

Doc arriva a Philadelphia dopo una delle annate più deludenti della carriera da head coach, in particolare se si pensa alle aspettative di partenza. Ma, anche se puoi disporre di una lineup Beverley–Leonard–George–Morris–Harrell, sulla canotta c’è sempre scritto Clippers. E quella no, non è tradabile. Daryl, dopo aver portato all’estremo il concetto di small ball in salsa texana e rovinato definitivamente i rapporti tra l’NBA e la fetta più grande di torta rimasta ancora sul piatto del mercato cestistico mondiale (per ulteriori informazioni, fare un salto sui social cinesi potrebbe fare al caso vostro…), interrompe il sodalizio con Fertitta e i Rockets dopo 14 anni, rilanciandosi in un ruolo dirigenziale nuovo (a Houston era GM dal 2007, premiato nel 2018 con l’EOY Award). In soldoni: un guru dietro la scrivania, un santone a bordocampo. Il dietro le quinte è diretto al meglio. Ora tocca agli attori recitare al meglio il copione. Sì, ma quale?

Attenzione a pensare o parlare di Moreyball in riferimento a questi Sixers. Morey è uomo troppo intelligente per non adeguare le proprie convinzioni al materiale a disposizione, soprattutto se a guidare le sue scelte vi sono le salde mani di Doc. Chi solo per un attimo ha paventato la partenza di Joel Embiid dopo aver visto PJ Tucker prendersi le tranvate dei 5 dell’intera NBA evidentemente non ha ancora colto i crismi del potenziale campione nel centro camerunense. Il discorso sul playmaker (?) australiano è invece più complesso. I suoi limiti sono sotto gli occhi di tutti: il tiro, per quanto Ben Simmons spergiuri di averlo costruito senza raggiungere adeguati livelli di affidabilità, è a livelli Minors, ma l’unicità atletica e le potenzialità difensive stuzzicano il palato dell’appassionato NBA. A giudicare dai movimenti di inizio stagione, Amleto non ha ancora levato le tende dal deserto Wells Fargo Center.

philadelphia 76ers

Il sempre pacato e poco entusiasta Daryl…

L’occasione di portare il Barba nella Città dell’Amore Fraterno ha azzardato lo staff tecnico e dirigenziale Sixers di sacrificare l’australiano sull’altare, ma il tanking estremo che Houston sembra intenzionata a intraprendere di qui a breve ha trovato risposta migliore nella gallina domani piuttosto che nell’uovo oggi. 3 scelte al primo turno e 4 possibili pick-swap nei prossimi Draft eliminano Ben Simmons dopo una gara-7 punto a punto. Il ritorno del figliol prodigo Harden dal padre Daryl non si è così avverato ma, affidando Simmons alle cure del Doc, Morey spera di cascare comunque in piedi. Apparentemente, nulla è cambiato. Di nuovo: perché ci fidiamo ancora?

Massimiliano Bogni
Massimiliano Bogni
Hoosier. Bergamasco. Atalantino. Iscritto a Lettere Moderne in UniMi. A seconda del contesto, non necessariamente in quest'ordine. Sempre in attesa di recuperare da terra ogni briciolo di sport.

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