Forse l’NBA ha sottovalutato alcuni aspetti nel suo progetto di “invadere” il vecchio continente con NBA Europe? Considerata la portata dell’organizzazione, la parola sottovalutare forse non è corretta, ma che si aspettasse qualcosa di più semplice è lecito crederlo, anche visto quello che è successo e sta succedendo. Ormai Silver ha aperto la scatola da un po’ di tempo, non ci si nasconde più, il progetto è partito e andrà in porto, ma i temi che lasciano più di qualche dubbio sono i modi (come si realizzerà) e i tempi (l’NBA forse qui è stata ottimista).
Il conto economico
Partiamo dal tema economico. Mezzo miliardo di euro come “buy-in” per entrare nel progetto è una cifra che, per quanto abbiamo potuto raccogliere da diverse fonti, nessuno in Europa può mettere lì, non tanto in senso assoluto — perché gli investitori e le cordate sono di altissimo livello — quanto per un business plan che in Europa difficilmente può dare garanzie di rientro economico, perlomeno in questa fase iniziale. Sappiamo bene quanto il basket in Europa sia uno sport profondamente insostenibile economicamente e sappiamo anche quanto l’NBA, prima che uno sport, sia un business profittevole per tutte le parti in gioco, quindi verrebbe da pensare: “Non sappiamo fare business, loro sì, portiamoci a casa il loro metodo e rendiamolo sostenibile”.
Un famoso telecronista direbbe “è un po’ più complicato di così”; infatti possiamo dire che c’è la fila per entrare nell’ecosistema NBA Europe: si parla di 120 proposte concrete arrivate sul piatto di Silver prima della deadline, diverse anche dall’Italia, ma con un comune denominatore: noi ci siamo, ma mezzo miliardo non è un costo possibile da investire nel giorno zero.
Regime di NBA Europe ibrido?
Questo porta a pensare che si possa partire con un regime ibrido, con qualcosa che sia meno estremo dal punto di vista economico, più abbordabile come regola d’ingaggio e che poi possa tendere a quelle che sono le idee originarie dell’NBA. La presenza di Chus Bueno a capo dell’Eurolega serve a questo: è un manifesto d’intenti — parlare con l’NBA e trovare una sinergia.
L’NBA stessa aveva pensato di tagliare fuori l’Eurolega e, un po’”alla Trump, imporre di giocare alle sue regole, ma anche su questo si è dovuta ricredere, perché lo sport in Europa è vissuto in modo diverso dagli Stati Uniti e quell’idea di legarsi alla FIBA è diventata “apriamo un colloquio con tutti e creiamo una cosa vera e molto grande”.
E questa rimane la miglior prospettiva che potesse capitare al basket europeo. L’NBA non può fare a meno delle squadre che muovono intere comunità come Fenerbahçe , Stella Rossa, Partizan, Olympiacos, Panathinaikos e altre, ma dal canto suo non può neanche accettare gli eccessi di queste comunità e di questi tifosi, quindi anche qui servirà un compromesso.
A che punto siamo oggi?
Ma qual è il polso della situazione oggi? Si parla moltissimo d’investitori, in Italia da Oaktree a RedBird, da Milan a Inter con l’Olimpia Milano; si parla di un inserimento di Varese, della presenza di Roma e di tanto altro. Ma oggi, anche gli addetti ai lavori che gravitano intorno al mondo NBA faticano a comprendere appieno quale sia la tabella di marcia credibile per questo progetto, perché l’NBA ha anche in cantiere un’espansione a Seattle e Las Vegas che sarà certamente importante, ma non una passeggiata. L’impressione finale, quindi, è che al momento si parli molto più di quello che poi in concreto vi sia in atto.
Tante possibilità, tante proposte, tante idee e soluzioni, ma non ancora una tabella di marcia precisa per metterle in pratica, per smussare gli angoli e per tradurre tutto in atti concreti dove l’NBA è clamorosa — ma all’interno dei propri confini. Se saprà esserlo anche nel vecchio continente e far valere questa forza, l’Europa svolterà davvero dal punto di vista cestistico, perché il paletto di Silver è controllare il 51% del pacchetto di Eurolega ed essere ovviamente LA voce in capitolo del progetto NBA Europe. Quindi si farà sicuramente come dice il commissioner, ma pensare che avvenga al 100% o al 90% a modo suo (a casa d’altri) è quantomeno improbabile.
La porta della meeting room è aperta da tempo; a oggi non ci sono abbastanza sedie per far accomodare tutti quelli che vorrebbero entrare, ma pian piano quella fila si snellirà fino a soddisfarla perfettamente e solo in quel momento potremo davvero parlare della nascita del progetto NBA Europe. Fino ad allora parleremo molto — e un po’ ci piace — ma saremo ancora lontani dall’obiettivo.
